Il campionato più bello del mondo

E’ un grande leit motif delle discussione tra tifosi. “Ah, com’è bella la Premier Lìg!”. “Certo che come segnano in Liga, non segnano da nessuna parte!”. “Ma il campionato più bello del mondo” – manco a dirlo – “è il nostro, eh!”. E la domanda su quale sia il campionato più bello è una domanda legittima, anche per capire le dinamiche di investimenti e trasferimenti di calciatori. Ma la risposta mi pare tutt’altro che scontata. Perché il primo problema è definire il termine “bello”, una questione estetico-semantica che si perde nella notte dei tempi.

Forse bello vuol dire “fancy”, di moda. Se questo è il criterio la Premier League è chiaramente il luogo maggiormente attraente: più pubblicità, più soldi, più attenzione mondiale. Tutti vogliono stare in Inghilterra, e più ci vogliono stare, più altri ci vogliono andare. Un tempo (parliamo degli anni 80) era il campionato italiano a suscitare questa spirale di “hype”. Ma lo sviluppo di queste dinamiche è abbastanza tradizionale: dopo un po’ la moda passerà e il testimone (insieme al testimonial) passerà in altri Paesi. Onestamente mi pare un criterio poco condivisibile per definire il campionato “migliore”, anche se nella moderna società dell’apparire a tutti i costi potrebbe essere il principale motivo per cui la Premier viene vista come il top del calcio mondiale in questo momento.

Seguendo i valori di riferimento del Paese che Non c’è forse bello vuol dire “ricco”. E qui il discorso già è più intricato. Perché per ricco cosa intendiamo? Intendiamo con maggiori capacità di spesa sul mercato? Oppure con maggiori ricavi complessivi per le società? Perché non è scontato che sia la Premier League ad avere questa palma. E il contendente in questo caso non è certamente la Serie A o la Liga, ma la Bundesliga. Infatti se prendiamo i ricavi delle società è certamente il campionato tedesco quello economicamente più prospero, un risultato ottenuto alla tedesca: piani di medio-lungo termine, serietà organizzativa, pragmatismo assoluto delle soluzioni anche a scapito dei risultati nel breve termine. E io ho la sensazione che presto la Bundesliga diventerà oggetto di molte mode. Viceversa la Liga (se si eccettuano Real Madrid e Barcellona con ricavi da 400 e 350 milioni rispettivamente) è un campionato sull’orlo del fallimento per atteggiamenti decisamente spregiudicati avuti nel passato. La Serie A è un campionato già fallito e senza il decreto spalma debiti e interventi dei politici di una o dell’altra parte sarebbe già semi-dilettantistico da un po’. E pure la Premier non se la passa bene con debiti abnormi (in alcuni casi giustificati dai ricavi – Manchester United – in altri molto meno – Liverpool) e con spesso un rapporto tra monte ingaggi e ricavi fuori da ogni senso (Birmingham intorno al 99%, ma molte squadre medie sono ben oltre l’80%). Se il criterio è questo la pacchia sta per finire. E la Bundesliga aspetta le televisioni al varco.

Però anche questo termine a me non convince. Forse sono un po’ romantico, ma ci sono criteri maggiormente legati allo sport agonistico che apprezzo di più. Forse il campionato più bello è quello più “combattutto”. Cerchiamo di andare a vedere che cosa significa combattuto, perché anche questo è un termine controverso. Se per combattutto intendiamo dire che ogni partita presenta livelli di difficoltà comparabili (salvo head-to-tail, o testacoda che dir si voglia, diciamo) io penso che la Bundesliga e la Serie A siano decisamente più difficili di Liga e Premier League. E i risultati delle squadre di media entità nei confronti delle grandi e delle piccole nei confronti delle medie sono lì a dimostrarlo, e non solo in avvio di campionato dove i livelli di preparazione atletica e tattica sono estremamente disomogenei. In Premier League esiste il mito – distrutto solo dall’anticalcio dello Stoke City o quasi – che le piccole e le medie debbano giocarsela a viso aperto, con risultati da goleada spesso e volentieri. Nella Liga l’assenza del concetto di calcio difensivo fa sì che gli scontri con le squadre dalla decima o dodicesima posizione in giù siano delle formalità per tutti i team nella parte sinistra della classifica. Viceversa il tatticismo estremo della Serie A e il dinamismo giovanile estremo delle squadre tedesche livellano molto di più la situazione generale, rendendola decisamente più “combattuta”.

Ma se per “combattuto” si intende vario in chi vince e in chi perde il discorso è molto diverso. Qui emerge di nuovo la Bundesliga e la Premier League, oltre che a sorpresa – almeno negli ultimi anni – la Ligue 1 francese. In Italia negli ultimi cinque anni ha sempre vinto l’Inter, dietro la quale si sono sempre piazzate Milan e Roma (in assetto variabile) e una quarta squadra che però dall’anno prossimo non farà più la CL (peraltro meritatamente considerata la distanza compiuta dalle quarte classificate negli ultimi cinque anni in Europa). E anche andando più indietro è stato un duopolio Milan-Juve durato 20 anni. Lasciamo perdere in che contesto. In Spagna negli ultimi cinque anni ha vinto due volte il Real e tre volte il Barcellona. Dietro anche qui si sono piazzati sempre il Siviglia, e molto più raramente il Valencia o il Villareal. Viceversa in Francia a parte la parentesi eptennale del Lione hanno sempre vinto e tuttora vincono sempre squadre diverse. In Germania a parte la frequente presenza del Bayern Monaco al top negli ultimi cinque anni hanno vinto il campionato anche Wolfsburg e Stoccard, nonché il Werder Brema sette anni fa. La situazione forse più mediata, senza un livellamento con turnover al top altissimo, ma senza staticità totale, è forse quella della Premier League in cui le squadre di top sono quattro con due o tre outsider spesso determinanti: Chelsea, Manchester United, Liverpool, Arsenal sopra tutte. Tirando le somme se per bellezza si guarda la varietà delle squadre vittoriose la Ligue 1 e la Bundesliga risultano al momento le più interessanti, seguite subito dopo dalla Premier Ligue.

Ma ci sono anche altri termini per definire il bello. Per esempio bello potrebbe voler dire “giovane”, e anche in questo caso l’Italia e la Spagna sono fanalini di coda, ma anche la Premier League non è messa benissimo. Il campionato con il maggior equilibrio generazionale è certamente la Bundesliga. Subito seguita dalla Ligue 1. Non ho i dati sottomano, ma penso che a guardare le età dei giocatori in campo (non delle rose dove si fa in fretta ad inserire elementi delle giovanili che non vedranno mai il campo), si avrebbero delle brutte sorpese, non tanto dalla gerontocratica Italia, ma dalla tanto rimirata Premier.
Oppure si può pensare che bello voglia dire “divertente”, ma anche in questo caso il termine è difficile da delimitare. Per esempio per un vecchio trombone schiavo dell’ideologia come me un campionato dove la tattica è l’elemento predominante è un campionato divertentissimo, che mi permette di cercare la tattica, la strategia e l’organizzazione dietro ogni mossa, ma non è un valore universale. Per esempio per qualcuno con un temperamento più prono all’entusiasmo e all’estetica, forse un campionato come quello spagnolo dove si buttano tutti avanti con ampi spazi e abbondanza di occasioni da gol è più divertente, e quindi più bello. E poi ancora, per qualcuno che fa dell’agonismo e della fisicità una questione importante, vedere gente che corre avanti e indietro tutto il tempo e che non sta a fare sceneggiate per terra ogni due minuti, come nella Premier League, è molto più divertente che non i teatrini latini. Il termine quindi se declinato come “divertente” è veramente troppo aleatorio.

La domanda “qual è il campionato più bello” si dimostra essere il tipico falso argomento per tirare le discussioni avanti per sempre senza poter convenire su alcun criterio per concludere la diatriba. L’unica cosa che è certa è che un campionato fa emergere la squadra più continua in fortuna e risultati durante l’anno e che il valore statistico dei dettagli si riduce moltissimo in una competizione di lunga durata. Checché ne dica la propaganda del Presidente del Consiglio.

La prima all’olimpico nell’era della TdT

Domenica mi avvicino per la prima volta allo stadio dopo l’avvento della TdT. Arrivo di buonora, col mio socio che mi aspettava con le due tribune in mano che aveva rimediato gratis. Fino all’anno scorso non avevamo mai attinto a questa risorsa di cui dispone: eravamo tifosi di curva e là andavamo, nonostante pagassimo per non vederla.
Da quest’anno no. Non siamo più abbonati a causa di questa tessera/cartadicredito e dunque qualche volta ce ne andremo in tribuna per risparmiare qualche soldo ma sopratutto per non darli alla nostra infame società. Continue reading “La prima all’olimpico nell’era della TdT”

Demagogia familiare

Strano paese l’Italia. Ogni riforma vede al centro “la famiglia”, dalla scuola allo stadio passando per il lavoro, il welfare, etc etc.
Uno dei motivi dell’introduzione della fantastica Carta di Credito ops Tessera del Tifoso è lo slogan “RIPORTARE LE FAMIGLIE ALLO STADIO”.
Essì perché a causa di quegli zozzoni e cattivoni degli ultras/tifosi di curva, le famiglie sono terrorizzate dal portare i bambini allo stadio.
Ma siamo sicuri che non che è tutta colpa dei “violenti”? Sicuri sicuri che ad esempio impianti inadeguati, biglietti nominali, assenza dei botteghini allo stadio e CARO PREZZI non c’entrano niente?
Lo sapete quanto costa per una famiglia andare allo stadio?
Ma poi qual è la famiglia? Trattandosi di calcio, un padre più un figlio, visto che le donne NON amano il pallone? Continue reading “Demagogia familiare”

Lavoratori? Prrrrrrr! A volte sì, a volte no, se famo du’ spaghi?

E’ fin troppo facile accodarsi al populismo tanto di moda nel Paese che Non c’é e dire che chi guadagna milioni non ha diritto di scioperare, ma questa affermazione non rispecchia per intero il mio pensiero. D’altro canto per me è evidente che i lavoratori non sono tutti uguali e che quello che ha senso pretendere da un AD da 9 milioni di euro l’anno non è quello che si può chiedere a chi prende 800 euro al mese. Allora, l’approccio migliore per valutare il minacciato sciopero dei calciatori del 25-26 settembre è quello di analizzare i punti della contesa e cercare di farsi un’opinione propria su tutta la questione, prima di decidere se la mobilitazione merita o meno la nostra solidarietà.

Riprendo i punti uno per uno dall’edizione odierna della Gazzetta (ovviamente la mia valutazione si basa su quel poco che conosco del contratto nazionale e sulla sintesi estrema presente sul giornale milanese, per cui è suscettibile di evoluzione), ricordando che la questione riguarda solo i contratti di A, anche se Lucarelli ha furbamente ricordato che quello che succederà influirà anche sui contratti delle leghe inferiori, un po’ come le scelte della fiat su Melfi determineranno a pioggia un bel po’ di cambiamenti in tutte le imprese nel paese, più nel male che nel bene:

(1) Per la Lega deve essere flessibile, con i soldi in gran parte legati ai risultati, l’Aic accetta la parte variabile solo per il 50%.

Questo è sempre stato un mio cavallo di battaglia. Considerato il regime privilegiato dei calciatori in termini di emolumenti e le cifre allucinanti che percepiscono annualmente (la media per un calciatore di serie A è 1,3 milioni di euro all’anno), chiedere che ci sia un meccanismo per contenere i costi a fronte di performance scadenti tanto quando massimizzare il reddito in caso di buone stagioni mi pare necessario. Sia per riequilibrare un pochino la bilancia a favore delle società, ormai da tempo ostaggio delle bizze dei giocatori e dei taglieggi dei loro agenti, sia per stimolare i calciatori a fare al meglio quello che sono pagati per fare. Mi pare che un accordo sul 50% fisso massimo e il resto variabile, come richiesto dall’AIC (anziché qualcosa tipo 20%-30% fissi e resto variabile) sia ampiamente raggiungibile. Anche considerato che ora la percentuale è 75%-80% fisso e resto variabile. E la cosa avrebbe un innegabile vantaggio anche a livello del famigerato Fair Play Finanziario, permettendo di contenere molto il monte ingaggi (costo fisso considerato nel calcolo del FPF) e di variare molto la parte variabile degli emolumenti.

(2) Per la Lega il calciatore deve fare soltanto il calciatore, per l’Aic deve restare libero di decidere cosa fare fuori orario calcio.

Su questo storco ampiamente il naso. Da altre fonti non si capisce se la richiesta di “esclusiva” della Lega riguardi ogni attività o attività cosiddette “concorrenti”, anche se a questo punto andrebbe definito quali sono. Se la richiesta di non svolgere attività concorrenti mi pare ormai un classico soprattutto nei rapporti di lavoro lautamente remunerati (ma non solo, si pensi agli NDA che ti chiedono di firmare in qualsiasi azienda del settore tecnologico o farmaceutico anche se sei un impiegato in fondo alla scala gerarchica), la richiesta di non svolgere alcuna attività mi pare decisamente lesiva della fondamentale libertà da parte delle persone, quale che sia il loro reddito, di fare un po’ il cazzo che gli pare. Questo punto lo trovo controverso, ma penso che sarei d’accordo con la richiesta di non fare attività concorrenti, definendole in maniera precisa in sede di contratto però.

(3) La Lega chiede codici ferrei di condotta ed etica anche fuori dal campo, l’Aic è per mantenere libertà assoluta nel tempo libero.

Su questo sto con la Lega. Grossa visibilità comporta grossa responsabilità: io mi sarei anche un po’ rotto le palle di gente che dà il cattivo esempio. Ovviamente bisognerebbe guardare cosa contiene il codice deontologico del calciatore, ma in generale penso che un pochino più di integrità soprattutto in quei lavori che prevedono grande attenzione dell’opinione pubblica sarebbe auspicabile. Per mia indole se gli operai fossero pagati 5000 euro al mese mi risulterebbe più comprensibile chiedergli un atteggiamento rigoroso sul lavoro: se mi paghi quattro lire, pretendi un impegno da quattro lire. Diciamo che non mi sforzerò. Ovviamente non sono a favore di un irrigidimento che vada a decidere che cosa uno può fare o non fare, ma solo una richiesta di tutela del bene che viene pagato caro (anche dai tifosi). D’altronde avremmo anche un aspetto positivo: i calciatori, e forse molti che li seguono come semidei, si renderebbero conto che esistono cose che un uomo fa e cose che un uomo non fa, e che esistono i limiti alla propria voglia di fare tutto quello che ci passa per la testa anche passando sopra la pelle altrui.

(4) Le società chiedono che le cure dipendano esclusivamente da specialisti di fiducia del club, i giocatori vogliono restare liberi di scelta facendo pagare al club.

La chiave del punto mi pare: “facendo pagare al club”. Secondo me il diritto alla salute è inalienabile, ma d’altro canto è difficile che una società scelga specialisti che rompono i loro beni più preziosi (i calciatori). Secondo me andrebbe stabilito un tariffario dei tipi di intervento e tutto ciò che costa di più di tale tariffario è a carico del calciatore, che se giustamente vuole un super esperto che paga il doppio deve pagare la differenza. In alternativa al tariffario: esplicitare nel contratto che la cifra eccedente i costi preventivati dagli esperti medici di fiducia del club sono a carico del calciatore. Un po’ come nella sanità pubblica: io ho l’ASL, che costa poco. Se voglio andare nella clinica privata, un pezzo di servizio lo copre il ticket, il resto lo copro io a seconda di che livello vado cercando. Certo poi nella sanità pubblica c’è tutto un altro discorso da fare sui tempi e sulle mostruosità che il passaggio alla sanità privata ha generato (su cui non sono d’accordo, se non si fosse capito). Ma che i calciatori pretendano di andare dagli amici propri e far pagare il club, magari una cifra doppia rispetto alle strutture collegate alla società, mi pare francamente una richiesta un po’ fuori dal mondo. E che non trova riscontro negli altri regimi contrattuali in Italia.

(5) Sanzioni automatiche per i club in caso di mancanze classiche, l’Aic vuole restino di volta in volta decise dal collegio arbitrale.

Questo punto francamente non vedo il perché il collegio arbitrale non possa andare bene. Casomai stilerei una listino delle multe a cui il collegio arbitrale possa riferirsi (ma mi pare ci sia già). Mi pare un punto che messo giù così non esplicita bene la differenza con il regime attuale. Sospenderei il giudizio.

(6) La lega vuole riformare il collegio arbitrale con un presidente esterno al calcio, l’Aic insiste per non toccarlo, con presidente sorteggiato tra quelli designati da Lega e Aic.

Sull’arbitrato è in corso una discussione molto intensa anche nel mondo del lavoro “ordinario”. La presenza di un presidente neutro secondo me è elemento di garanzia in un collegio arbitrale. Questo vale in generale e vale anche in particolare nel mondo del calcio. Una volta accettato l’arbitrato per una serie di questioni, senza la presenza di un esterno non vedo come possa essere equo il giudizio.

(7) Per la Lega il tecnico deve avere la possibilità di decidere di far allenare anche in più gruppi, l’Aic è per mantenere il gruppo unico.

Anche su questo punto il desiderio dell’Aic mi pare difficilmente condivisibile. Nei margini del fatto che uno deve potersi allenare, non si capisce perché si debbano porre dei paletti ai metodi di allenamento. E se un gruppo di giocatori non fa più parte del progetto della società, fatto salvo che devono poter usare le strutture per tenersi in forma e avere ancora mercato, non si capisce perché non possano allenarsi a parte.

(8) La Lega chiede che un giocatore non possa rifiutare il trasferimento ad un club di stessa qualità e con soldi garantiti. Se rifiuta, risoluzione del contratto ma pagamento del 50% dell’emolumento e libertà di firmare con chi vuole. Per l’Aic è reintroduzione del vincolo.

Questo è certamente il punto più controverso. Ob torto collo se mi chiedessero di scegliere una posizione, quella della Lega mi pare paragonabile al ricatto di Marchionne. Un contratto è un contratto: non puoi obbligarmi a rescinderlo se non voglio, a meno che tu non mi offra qualcosa. Se riequilibro i contratti in termini di emolumenti, sarà compito della società fare valutazioni accorte. Se faccio un quinquennale a un 35enne non è che poi mi posso stupire che non se ne voglia andare prima. Se il quinquennale prevede una parte fissa contenuta, la cosa pesa relativamente sui bilanci e mi posso permettere di tenere il calciatore senza troppe menate. D’altronde la mediazione offerta di pagare il 50% degli stipendi rimasti come buonauscita e di lasciare il cartellino in mano al giocatore mi pare interessante: per molti giocatori e per molte società salverebbe capra e cavoli. Quindi diciamo che l’obbligo di accettare il trasferimento a parità di condizioni con annessa compensazione in caso di rifiuto potrebbe essere una strada da percorrere per trovare la giusta mediazione. D’altronde il diverso regime di tassazione delle buoneuscite consentirebbe già di percorrere questa strada, ma spesso le società preferiscono aspettare e vedere di trovare un acquirente più gradito l’anno successivo.

In generale l’argomento di come concludere un rapporto di lavoro non soddisfacente è il grande equivoco grazie al quale si è distrutto il mercato del lavoro e il futuro di almeno un paio di generazioni in Italia (e non solo): il punto cruciale è sempre stato come rendere più equo il processo di licenziamente bilanciando diritti del lavoratore e necessità delle imprese, ma anziché affrontare subito questo punto, prima si è voluti passare attraverso una flessibilizzazione totale del mercato del lavoro, alimentando un circolo vizioso di scontro e incomprensioni tra chi lavora e chi paga il lavoro guadagnandoci. Forse se dal lontano 1992 si fosse affrontato solo questo punto, gran parte dei diritti dei lavoratori sarebbero ancora lì. Forse adesso la parola flessibilità non sarebbe una patina ipocrita intorno alla parola precarietà.

Perché il punto è tutto qui. Equiparare i lavoratori “ordinari” che percepiscono 800-1000 euro al mese a chi ne percepisce 100 volte di più non è un giochino che paga. Perché non è uguale dover fare i conti per arrivare alla fine del mese e dover scegliere se prendersi una macchina da 60 o da 120 mila euro. Non è uguale manco per il cazzo.

Il problema è sempre il solito. Dipende dal nostro punto di vista. Nel mondo del calcio io penso che il peso delle società rispetto a quello di calciatori e agenti è troppo piccolo, e penso che questo alimenti in maniera per nulla virtuosa il mondo affaristico del pallone. Penso che sia necessario – da tifoso forse – che le società possano farsi valere soprattutto nei casi in cui i calciatori si ritrovano a fare i pensionati milionari, fregandosene di quanto valga emotivamente e sportivamente il loro lavoro per milioni di persone. Penso ovviamente che questo non possa andare in contrasto con la libertà delle persone di fare quello che vogliono e di esprimere le loro opinioni. Ma non mi sembra che nella bozza degli otto punti ci siano (a parte un paio di casi) elementi così draconiani come l’AIC vorrebbe far credere.

Trovo poi francamente insopportabile e ipocrita che tutti sostengano a gran voce le mille schifezze perpetrate nel nome della flessibilità sulla pelle dei lavoratori “ordinari”, costretti a vivere ogni anno l’odissea della ricerca di un lavoro a poche centinaia di euro al mese, nel disperato tentativo settimanale di far quadrare i conti, con la prospettiva di essere presto completamente tagliati fuori dal mercato del lavoro e senza alcuna tutela per garantirsi una vita dignitosa. E che poi nel caso dei calciatori si faccia i paladini dello Statuto dei Lavoratori. Come ho detto. Nel mondo del lavoro usciamo dall’empasse solo se teniamo la barra a dritta sulle cose importanti e trattiamo su quelle ragionevoli. Nel passato si sono già commessi errori: l’ingessamento del mercato del lavoro in Italia è stato a lungo tempo una realtà. Adesso in molti si sono accorti che le cure erano peggio della malattia e che la totale deregulation rispetto ai diritti dei lavoratori ha creato una schiera di giovani e meno giovani che difficilmente si lasceranno coinvolgere nel progetto dell’azienda o del datore di lavoro, e che più facilmente cercheranno di fregare lui o lei come sono stati derubati loro del proprio futuro. Forse bastava tenere i regimi contrattuali com’erano e puntare al problema vero: riformare le forme e i modi e i limiti con cui concludere un rapporto di lavoro.

Anche nel caso dello scontro AIC-Lega mi pare che il punto nodale sia tutto lì. Perché per il resto è difficile trovare un punto in cui trovarsi d’accordo con i “milionari del pallone”. Spero di aver chiarito perché secondo me lo sciopero dei calciatori è un calcio in faccia alla miseria, al di là del populismo facile con cui viene tacciata anche giustamente questa posizione.