Biscottini e Torte

La penultima giornata del campionato di serie A 2006/2007 come sempre riserva le usuali polemiche sulle cosiddette torte o biscotti: ovvero partite che finiscono in un mesto pareggio (o in un epico pareggio come nel caso di Empoli-Reggina) e che alla fine accontentano un po’ tutti, tranne ovviamente chi contava nei risultati sfavorevoli alle dirette concorrenti per restare in serie A. 

Tra questi ultimi spicca l’AD del Catania Lo Monaco che ha rilasciato dichiarazioni fiammeggianti nel dopo partita, scagliandosi contro tutti e tutto, e guadagnandosi l’epitaffio di uno degli allenatori pasticcieri: "si vede che il biscotto lo voleva fare lui all’ultima giornata". Il re è nudo, e soprattutto risulta particolarmente fastidioso l’atteggiamento di Lo Monaco, che afferma di voler lasciare il calcio per la seconda volta in quest’annata. La volta scorsa lo faceva con il viso contrito di chi è disperato per la morte di un poliziotto, disperazione scomparsa e rimpiazzata da voglia di rivalsa nel giro di meno di un mese.

Lo Monaco forse dovrebbe accettare la naturalezza dei biscotti, che sono forse la forma più pulita e naturale di "truffa" nel calcio: magari si fosse rimasti ai tempi in cui le combine erano un pareggio senza arte né parte all’ultima giornata. Inoltre dovrebbe accettare che se il Catania andrà in serie B è perché ha raggranellato si e no dieci punti nel girone di ritorno.

Lo Monaco (come Pulvirenti) rappresentano perfettamente il calcio moderno, caratterizzatato dalla tragedia facile e profondissima, quanto di breve durata,  e dalle vesti stracciate per le ingiustizie subite (al punto che i giocatori della Juventus insistono a chiamare ingiustizia la loro stagione in B, e a chiamarsi per telefono con padron Moggi).  Noi non ci stupiamo, ma pare che il mondo dei giornalisti sportivi invece sia perfettamente in linea con tutto e questo.

Bando alle ipocrisie: viva i tempi dei biscotti e delle torte.

 

Un uomo decisamente basso

“Basso è pentito e vuole collaborare”, “Birillo sono io”, “Basso ammette le sue colpe”… e via di seguito, sono un piccolissimo campionario delle centinaia di titoloni e parole sprecate sulla vicenda Basso negli ultimi giorni.

Un corridore di primissimo piano, dominatore del Giro 2006 e sul podio dei Tour 2004 e 2005, da quasi un anno coinvolto in uno scandalo doping, decide di ammettere le sue colpe… di più, decide di raccontare tutto all’ufficio indagini, per smascherare un sistema criminoso altamente organizzato. Questa è la lacunosa sintesi della vicenda. Ma, come tutte le vicende che riguardano il ciclismo, ancor più quando di mezzo ci sono farmaci, medici, sangue e “maneggioni” la vicenda è ben più elaborata. E soltanto una piccolissima frazione dei suoi dettagli giungerà agli occhi e alle orecchie dei tifosi, ed arriverà dalle indagini in corso da un anno, non certo dalla pagliacciata del pentimento-show di Ivan Basso.

Basso, dunque, perchè è lui oggi il centro della vicenda. Il suo pentimento tanto vale lasciarlo perdere, talmente è parziale e tardivo: quello che i tromboni federali (e, ahimè, anche qualche commentatore) definiscono un “gesto di coraggio” altro non è che l’ultima scappatoia per un ragazzo vistosi messo tremendamente alle strette. L’udienza del 2 maggio ha mostrato a Basso come in procura ci fossero tutte le carte per acclarare il suo coinvolgimento a fondo nella vicenda: DNA, SMS, MMS, FAX ed ogni altro genere di sigle compresi… La scelta, la non-scelta, stava a lui ed era molto semplice: sfoderare la faccia di culo definitiva recitando un mea culpa orgoglioso, oppure cadere sotto lo sputtanamento mediatico e legislativo. Parliamo ancora di pentimento? Pietà…

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