[ Articolo originale su grifoni.org ]

Doveva succederci anche questa. Sopportare l’idea che un gruppo di giovanotti miliardari, con le loro luccicanti Ferrari e le mutande di Dolce e Gabbana, avessero l’alzata di ingegno di indire uno sciopero.Anzi, viene quasi un conato di nausea ad accostare la parola sciopero a persone che non hanno mai seriamente lavorato un giorno in vita propria.
E’ un insulto alla nostra benevolenza. Per noi che siamo dall’altra parte del vetro, che spendiamo denaro, tempo, energie, consumiamo ferie, impegnamo il nostro (poco) tempo libero per vedere 90 minuti di uno spettacolo che in più di una circostanza è al limite del decoroso, agli orari più improbabili, con le condizioni meteo più disparate, con biglietti sempre più cari, con i palinsesti televisivi che spadroneggiano su qualunque barlume di buon senso e costretti a sottoscrivere un’assurda ed inutile tessera per poter seguire la nostra squadra. Accolti in stadi paleolitici da agenti di pessimo umore a cui spesso prudono pure le mani.

Oltre a tutto questo, perfino l’astensione dal “lavoro” dei pedanti di professione ci toccherà sopportare. A noi che siamo operai cassaintegrati, ricercatori sui tetti, studenti che gridano per strada, famiglie che devono contare gli spiccioli prima di mettere al mondo dei figli, con debiti di 30 anni con la banca per comprare un piccolo appartamento in perIferia. Siamo noi, quelli che di tanto in tanto si vedono nei telegiornali (se siamo fortunati e qualcuno si degna di darci ascolto). Quelli che occupano l’Asinara pur di avere un piccolo cono di luce sulla propria condizione e sul proprio disagio.
E, quasi come una beffa, ci vediamo insultati da gente baciata dalla fortuna, i cui figli e pronipoti vivranno nell’agio e senza la minima preoccupazione economica, li vedremo usare uno strumento che è stato l’emblema della lotta di emancipazione dei più deboli, come se fosse per davvero un loro diritto.
E nemmeno ci interessa sapere se le loro istanze sono ragionevoli o sbagliate, se hanno ragione o hanno torto. Non ci interessa. Davvero vorremmo sapere se in una nazione stritolata dalla crisi economica,dove gli ultimi stanno andando alla deriva senza un salvagente che non sia la carità dei penultimi, si possa tollerare l’insolenza di chi vive in una torre d’avorio come se fosse normale, ineluttabile,dovuto. La nostra risposta, pensiamo, sia men che sottintesa in queste poche righe. Le quali, lo speriamo, servano a far abbassare lo sguardo di questi signori quando alla mattina si faranno la barba davanti allo specchio.

Con tutto il nostro biasimo vi gridiamo… VERGOGNATEVI!!!

La Tifoseria Organizzata del Genoa.

repost da cicloweb. perche’ ne vale la pena.

A leggerle tutte si passa una gioiosa mezz’oretta a cercare di capire perché mai uno sport bello, popolare, rusticano come il ciclismo sia finito a questo punto. E non saranno le risate per certi suggerimenti della WADA (la raccomandazione 10 sulle toilette è irresistibile, ma anche la 32 sulle bevande incustodite è notevole) a sciogliere l’amarezza. Si può solo prendere atto di tutto ciò, alla luce della convinzione che l’antidoping, lungi dallo svolgere un ruolo di servizio, complementare, tende a prendersi la scena, in un contesto ipernormato in cui anche un telo di recinzione diventa oggetto di indicazioni pararegolamentari (vedasi raccomandazione 11).
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Frosinone – Varese
Campionato di Serie B – 25-09-10

Foto dei tifosi ospiti.
A Sinistra quelli senza tessera del tifoso – a destra quelli con la TdT, divisi da un cordone di steward.

Ogni commento sarebbe superfluo.

E’ un grande leit motif delle discussione tra tifosi. “Ah, com’è bella la Premier Lìg!”. “Certo che come segnano in Liga, non segnano da nessuna parte!”. “Ma il campionato più bello del mondo” – manco a dirlo – “è il nostro, eh!”. E la domanda su quale sia il campionato più bello è una domanda legittima, anche per capire le dinamiche di investimenti e trasferimenti di calciatori. Ma la risposta mi pare tutt’altro che scontata. Perché il primo problema è definire il termine “bello”, una questione estetico-semantica che si perde nella notte dei tempi.

Forse bello vuol dire “fancy”, di moda. Se questo è il criterio la Premier League è chiaramente il luogo maggiormente attraente: più pubblicità, più soldi, più attenzione mondiale. Tutti vogliono stare in Inghilterra, e più ci vogliono stare, più altri ci vogliono andare. Un tempo (parliamo degli anni 80) era il campionato italiano a suscitare questa spirale di “hype”. Ma lo sviluppo di queste dinamiche è abbastanza tradizionale: dopo un po’ la moda passerà e il testimone (insieme al testimonial) passerà in altri Paesi. Onestamente mi pare un criterio poco condivisibile per definire il campionato “migliore”, anche se nella moderna società dell’apparire a tutti i costi potrebbe essere il principale motivo per cui la Premier viene vista come il top del calcio mondiale in questo momento.

Seguendo i valori di riferimento del Paese che Non c’è forse bello vuol dire “ricco”. E qui il discorso già è più intricato. Perché per ricco cosa intendiamo? Intendiamo con maggiori capacità di spesa sul mercato? Oppure con maggiori ricavi complessivi per le società? Perché non è scontato che sia la Premier League ad avere questa palma. E il contendente in questo caso non è certamente la Serie A o la Liga, ma la Bundesliga. Infatti se prendiamo i ricavi delle società è certamente il campionato tedesco quello economicamente più prospero, un risultato ottenuto alla tedesca: piani di medio-lungo termine, serietà organizzativa, pragmatismo assoluto delle soluzioni anche a scapito dei risultati nel breve termine. E io ho la sensazione che presto la Bundesliga diventerà oggetto di molte mode. Viceversa la Liga (se si eccettuano Real Madrid e Barcellona con ricavi da 400 e 350 milioni rispettivamente) è un campionato sull’orlo del fallimento per atteggiamenti decisamente spregiudicati avuti nel passato. La Serie A è un campionato già fallito e senza il decreto spalma debiti e interventi dei politici di una o dell’altra parte sarebbe già semi-dilettantistico da un po’. E pure la Premier non se la passa bene con debiti abnormi (in alcuni casi giustificati dai ricavi – Manchester United – in altri molto meno – Liverpool) e con spesso un rapporto tra monte ingaggi e ricavi fuori da ogni senso (Birmingham intorno al 99%, ma molte squadre medie sono ben oltre l’80%). Se il criterio è questo la pacchia sta per finire. E la Bundesliga aspetta le televisioni al varco.

Però anche questo termine a me non convince. Forse sono un po’ romantico, ma ci sono criteri maggiormente legati allo sport agonistico che apprezzo di più. Forse il campionato più bello è quello più “combattutto”. Cerchiamo di andare a vedere che cosa significa combattuto, perché anche questo è un termine controverso. Se per combattutto intendiamo dire che ogni partita presenta livelli di difficoltà comparabili (salvo head-to-tail, o testacoda che dir si voglia, diciamo) io penso che la Bundesliga e la Serie A siano decisamente più difficili di Liga e Premier League. E i risultati delle squadre di media entità nei confronti delle grandi e delle piccole nei confronti delle medie sono lì a dimostrarlo, e non solo in avvio di campionato dove i livelli di preparazione atletica e tattica sono estremamente disomogenei. In Premier League esiste il mito – distrutto solo dall’anticalcio dello Stoke City o quasi – che le piccole e le medie debbano giocarsela a viso aperto, con risultati da goleada spesso e volentieri. Nella Liga l’assenza del concetto di calcio difensivo fa sì che gli scontri con le squadre dalla decima o dodicesima posizione in giù siano delle formalità per tutti i team nella parte sinistra della classifica. Viceversa il tatticismo estremo della Serie A e il dinamismo giovanile estremo delle squadre tedesche livellano molto di più la situazione generale, rendendola decisamente più “combattuta”.

Ma se per “combattuto” si intende vario in chi vince e in chi perde il discorso è molto diverso. Qui emerge di nuovo la Bundesliga e la Premier League, oltre che a sorpresa – almeno negli ultimi anni – la Ligue 1 francese. In Italia negli ultimi cinque anni ha sempre vinto l’Inter, dietro la quale si sono sempre piazzate Milan e Roma (in assetto variabile) e una quarta squadra che però dall’anno prossimo non farà più la CL (peraltro meritatamente considerata la distanza compiuta dalle quarte classificate negli ultimi cinque anni in Europa). E anche andando più indietro è stato un duopolio Milan-Juve durato 20 anni. Lasciamo perdere in che contesto. In Spagna negli ultimi cinque anni ha vinto due volte il Real e tre volte il Barcellona. Dietro anche qui si sono piazzati sempre il Siviglia, e molto più raramente il Valencia o il Villareal. Viceversa in Francia a parte la parentesi eptennale del Lione hanno sempre vinto e tuttora vincono sempre squadre diverse. In Germania a parte la frequente presenza del Bayern Monaco al top negli ultimi cinque anni hanno vinto il campionato anche Wolfsburg e Stoccard, nonché il Werder Brema sette anni fa. La situazione forse più mediata, senza un livellamento con turnover al top altissimo, ma senza staticità totale, è forse quella della Premier League in cui le squadre di top sono quattro con due o tre outsider spesso determinanti: Chelsea, Manchester United, Liverpool, Arsenal sopra tutte. Tirando le somme se per bellezza si guarda la varietà delle squadre vittoriose la Ligue 1 e la Bundesliga risultano al momento le più interessanti, seguite subito dopo dalla Premier Ligue.

Ma ci sono anche altri termini per definire il bello. Per esempio bello potrebbe voler dire “giovane”, e anche in questo caso l’Italia e la Spagna sono fanalini di coda, ma anche la Premier League non è messa benissimo. Il campionato con il maggior equilibrio generazionale è certamente la Bundesliga. Subito seguita dalla Ligue 1. Non ho i dati sottomano, ma penso che a guardare le età dei giocatori in campo (non delle rose dove si fa in fretta ad inserire elementi delle giovanili che non vedranno mai il campo), si avrebbero delle brutte sorpese, non tanto dalla gerontocratica Italia, ma dalla tanto rimirata Premier.
Oppure si può pensare che bello voglia dire “divertente”, ma anche in questo caso il termine è difficile da delimitare. Per esempio per un vecchio trombone schiavo dell’ideologia come me un campionato dove la tattica è l’elemento predominante è un campionato divertentissimo, che mi permette di cercare la tattica, la strategia e l’organizzazione dietro ogni mossa, ma non è un valore universale. Per esempio per qualcuno con un temperamento più prono all’entusiasmo e all’estetica, forse un campionato come quello spagnolo dove si buttano tutti avanti con ampi spazi e abbondanza di occasioni da gol è più divertente, e quindi più bello. E poi ancora, per qualcuno che fa dell’agonismo e della fisicità una questione importante, vedere gente che corre avanti e indietro tutto il tempo e che non sta a fare sceneggiate per terra ogni due minuti, come nella Premier League, è molto più divertente che non i teatrini latini. Il termine quindi se declinato come “divertente” è veramente troppo aleatorio.

La domanda “qual è il campionato più bello” si dimostra essere il tipico falso argomento per tirare le discussioni avanti per sempre senza poter convenire su alcun criterio per concludere la diatriba. L’unica cosa che è certa è che un campionato fa emergere la squadra più continua in fortuna e risultati durante l’anno e che il valore statistico dei dettagli si riduce moltissimo in una competizione di lunga durata. Checché ne dica la propaganda del Presidente del Consiglio.

Domenica mi avvicino per la prima volta allo stadio dopo l’avvento della TdT. Arrivo di buonora, col mio socio che mi aspettava con le due tribune in mano che aveva rimediato gratis. Fino all’anno scorso non avevamo mai attinto a questa risorsa di cui dispone: eravamo tifosi di curva e là andavamo, nonostante pagassimo per non vederla.
Da quest’anno no. Non siamo più abbonati a causa di questa tessera/cartadicredito e dunque qualche volta ce ne andremo in tribuna per risparmiare qualche soldo ma sopratutto per non darli alla nostra infame società. (more…)

Strano paese l’Italia. Ogni riforma vede al centro “la famiglia”, dalla scuola allo stadio passando per il lavoro, il welfare, etc etc.
Uno dei motivi dell’introduzione della fantastica Carta di Credito ops Tessera del Tifoso è lo slogan “RIPORTARE LE FAMIGLIE ALLO STADIO”.
Essì perché a causa di quegli zozzoni e cattivoni degli ultras/tifosi di curva, le famiglie sono terrorizzate dal portare i bambini allo stadio.
Ma siamo sicuri che non che è tutta colpa dei “violenti”? Sicuri sicuri che ad esempio impianti inadeguati, biglietti nominali, assenza dei botteghini allo stadio e CARO PREZZI non c’entrano niente?
Lo sapete quanto costa per una famiglia andare allo stadio?
Ma poi qual è la famiglia? Trattandosi di calcio, un padre più un figlio, visto che le donne NON amano il pallone? (more…)

E’ fin troppo facile accodarsi al populismo tanto di moda nel Paese che Non c’é e dire che chi guadagna milioni non ha diritto di scioperare, ma questa affermazione non rispecchia per intero il mio pensiero. D’altro canto per me è evidente che i lavoratori non sono tutti uguali e che quello che ha senso pretendere da un AD da 9 milioni di euro l’anno non è quello che si può chiedere a chi prende 800 euro al mese. Allora, l’approccio migliore per valutare il minacciato sciopero dei calciatori del 25-26 settembre è quello di analizzare i punti della contesa e cercare di farsi un’opinione propria su tutta la questione, prima di decidere se la mobilitazione merita o meno la nostra solidarietà.

Riprendo i punti uno per uno dall’edizione odierna della Gazzetta (ovviamente la mia valutazione si basa su quel poco che conosco del contratto nazionale e sulla sintesi estrema presente sul giornale milanese, per cui è suscettibile di evoluzione), ricordando che la questione riguarda solo i contratti di A, anche se Lucarelli ha furbamente ricordato che quello che succederà influirà anche sui contratti delle leghe inferiori, un po’ come le scelte della fiat su Melfi determineranno a pioggia un bel po’ di cambiamenti in tutte le imprese nel paese, più nel male che nel bene:

(1) Per la Lega deve essere flessibile, con i soldi in gran parte legati ai risultati, l’Aic accetta la parte variabile solo per il 50%.

Questo è sempre stato un mio cavallo di battaglia. Considerato il regime privilegiato dei calciatori in termini di emolumenti e le cifre allucinanti che percepiscono annualmente (la media per un calciatore di serie A è 1,3 milioni di euro all’anno), chiedere che ci sia un meccanismo per contenere i costi a fronte di performance scadenti tanto quando massimizzare il reddito in caso di buone stagioni mi pare necessario. Sia per riequilibrare un pochino la bilancia a favore delle società, ormai da tempo ostaggio delle bizze dei giocatori e dei taglieggi dei loro agenti, sia per stimolare i calciatori a fare al meglio quello che sono pagati per fare. Mi pare che un accordo sul 50% fisso massimo e il resto variabile, come richiesto dall’AIC (anziché qualcosa tipo 20%-30% fissi e resto variabile) sia ampiamente raggiungibile. Anche considerato che ora la percentuale è 75%-80% fisso e resto variabile. E la cosa avrebbe un innegabile vantaggio anche a livello del famigerato Fair Play Finanziario, permettendo di contenere molto il monte ingaggi (costo fisso considerato nel calcolo del FPF) e di variare molto la parte variabile degli emolumenti.

(2) Per la Lega il calciatore deve fare soltanto il calciatore, per l’Aic deve restare libero di decidere cosa fare fuori orario calcio.

Su questo storco ampiamente il naso. Da altre fonti non si capisce se la richiesta di “esclusiva” della Lega riguardi ogni attività o attività cosiddette “concorrenti”, anche se a questo punto andrebbe definito quali sono. Se la richiesta di non svolgere attività concorrenti mi pare ormai un classico soprattutto nei rapporti di lavoro lautamente remunerati (ma non solo, si pensi agli NDA che ti chiedono di firmare in qualsiasi azienda del settore tecnologico o farmaceutico anche se sei un impiegato in fondo alla scala gerarchica), la richiesta di non svolgere alcuna attività mi pare decisamente lesiva della fondamentale libertà da parte delle persone, quale che sia il loro reddito, di fare un po’ il cazzo che gli pare. Questo punto lo trovo controverso, ma penso che sarei d’accordo con la richiesta di non fare attività concorrenti, definendole in maniera precisa in sede di contratto però.

(3) La Lega chiede codici ferrei di condotta ed etica anche fuori dal campo, l’Aic è per mantenere libertà assoluta nel tempo libero.

Su questo sto con la Lega. Grossa visibilità comporta grossa responsabilità: io mi sarei anche un po’ rotto le palle di gente che dà il cattivo esempio. Ovviamente bisognerebbe guardare cosa contiene il codice deontologico del calciatore, ma in generale penso che un pochino più di integrità soprattutto in quei lavori che prevedono grande attenzione dell’opinione pubblica sarebbe auspicabile. Per mia indole se gli operai fossero pagati 5000 euro al mese mi risulterebbe più comprensibile chiedergli un atteggiamento rigoroso sul lavoro: se mi paghi quattro lire, pretendi un impegno da quattro lire. Diciamo che non mi sforzerò. Ovviamente non sono a favore di un irrigidimento che vada a decidere che cosa uno può fare o non fare, ma solo una richiesta di tutela del bene che viene pagato caro (anche dai tifosi). D’altronde avremmo anche un aspetto positivo: i calciatori, e forse molti che li seguono come semidei, si renderebbero conto che esistono cose che un uomo fa e cose che un uomo non fa, e che esistono i limiti alla propria voglia di fare tutto quello che ci passa per la testa anche passando sopra la pelle altrui.

(4) Le società chiedono che le cure dipendano esclusivamente da specialisti di fiducia del club, i giocatori vogliono restare liberi di scelta facendo pagare al club.

La chiave del punto mi pare: “facendo pagare al club”. Secondo me il diritto alla salute è inalienabile, ma d’altro canto è difficile che una società scelga specialisti che rompono i loro beni più preziosi (i calciatori). Secondo me andrebbe stabilito un tariffario dei tipi di intervento e tutto ciò che costa di più di tale tariffario è a carico del calciatore, che se giustamente vuole un super esperto che paga il doppio deve pagare la differenza. In alternativa al tariffario: esplicitare nel contratto che la cifra eccedente i costi preventivati dagli esperti medici di fiducia del club sono a carico del calciatore. Un po’ come nella sanità pubblica: io ho l’ASL, che costa poco. Se voglio andare nella clinica privata, un pezzo di servizio lo copre il ticket, il resto lo copro io a seconda di che livello vado cercando. Certo poi nella sanità pubblica c’è tutto un altro discorso da fare sui tempi e sulle mostruosità che il passaggio alla sanità privata ha generato (su cui non sono d’accordo, se non si fosse capito). Ma che i calciatori pretendano di andare dagli amici propri e far pagare il club, magari una cifra doppia rispetto alle strutture collegate alla società, mi pare francamente una richiesta un po’ fuori dal mondo. E che non trova riscontro negli altri regimi contrattuali in Italia.

(5) Sanzioni automatiche per i club in caso di mancanze classiche, l’Aic vuole restino di volta in volta decise dal collegio arbitrale.

Questo punto francamente non vedo il perché il collegio arbitrale non possa andare bene. Casomai stilerei una listino delle multe a cui il collegio arbitrale possa riferirsi (ma mi pare ci sia già). Mi pare un punto che messo giù così non esplicita bene la differenza con il regime attuale. Sospenderei il giudizio.

(6) La lega vuole riformare il collegio arbitrale con un presidente esterno al calcio, l’Aic insiste per non toccarlo, con presidente sorteggiato tra quelli designati da Lega e Aic.

Sull’arbitrato è in corso una discussione molto intensa anche nel mondo del lavoro “ordinario”. La presenza di un presidente neutro secondo me è elemento di garanzia in un collegio arbitrale. Questo vale in generale e vale anche in particolare nel mondo del calcio. Una volta accettato l’arbitrato per una serie di questioni, senza la presenza di un esterno non vedo come possa essere equo il giudizio.

(7) Per la Lega il tecnico deve avere la possibilità di decidere di far allenare anche in più gruppi, l’Aic è per mantenere il gruppo unico.

Anche su questo punto il desiderio dell’Aic mi pare difficilmente condivisibile. Nei margini del fatto che uno deve potersi allenare, non si capisce perché si debbano porre dei paletti ai metodi di allenamento. E se un gruppo di giocatori non fa più parte del progetto della società, fatto salvo che devono poter usare le strutture per tenersi in forma e avere ancora mercato, non si capisce perché non possano allenarsi a parte.

(8) La Lega chiede che un giocatore non possa rifiutare il trasferimento ad un club di stessa qualità e con soldi garantiti. Se rifiuta, risoluzione del contratto ma pagamento del 50% dell’emolumento e libertà di firmare con chi vuole. Per l’Aic è reintroduzione del vincolo.

Questo è certamente il punto più controverso. Ob torto collo se mi chiedessero di scegliere una posizione, quella della Lega mi pare paragonabile al ricatto di Marchionne. Un contratto è un contratto: non puoi obbligarmi a rescinderlo se non voglio, a meno che tu non mi offra qualcosa. Se riequilibro i contratti in termini di emolumenti, sarà compito della società fare valutazioni accorte. Se faccio un quinquennale a un 35enne non è che poi mi posso stupire che non se ne voglia andare prima. Se il quinquennale prevede una parte fissa contenuta, la cosa pesa relativamente sui bilanci e mi posso permettere di tenere il calciatore senza troppe menate. D’altronde la mediazione offerta di pagare il 50% degli stipendi rimasti come buonauscita e di lasciare il cartellino in mano al giocatore mi pare interessante: per molti giocatori e per molte società salverebbe capra e cavoli. Quindi diciamo che l’obbligo di accettare il trasferimento a parità di condizioni con annessa compensazione in caso di rifiuto potrebbe essere una strada da percorrere per trovare la giusta mediazione. D’altronde il diverso regime di tassazione delle buoneuscite consentirebbe già di percorrere questa strada, ma spesso le società preferiscono aspettare e vedere di trovare un acquirente più gradito l’anno successivo.

In generale l’argomento di come concludere un rapporto di lavoro non soddisfacente è il grande equivoco grazie al quale si è distrutto il mercato del lavoro e il futuro di almeno un paio di generazioni in Italia (e non solo): il punto cruciale è sempre stato come rendere più equo il processo di licenziamente bilanciando diritti del lavoratore e necessità delle imprese, ma anziché affrontare subito questo punto, prima si è voluti passare attraverso una flessibilizzazione totale del mercato del lavoro, alimentando un circolo vizioso di scontro e incomprensioni tra chi lavora e chi paga il lavoro guadagnandoci. Forse se dal lontano 1992 si fosse affrontato solo questo punto, gran parte dei diritti dei lavoratori sarebbero ancora lì. Forse adesso la parola flessibilità non sarebbe una patina ipocrita intorno alla parola precarietà.

Perché il punto è tutto qui. Equiparare i lavoratori “ordinari” che percepiscono 800-1000 euro al mese a chi ne percepisce 100 volte di più non è un giochino che paga. Perché non è uguale dover fare i conti per arrivare alla fine del mese e dover scegliere se prendersi una macchina da 60 o da 120 mila euro. Non è uguale manco per il cazzo.

Il problema è sempre il solito. Dipende dal nostro punto di vista. Nel mondo del calcio io penso che il peso delle società rispetto a quello di calciatori e agenti è troppo piccolo, e penso che questo alimenti in maniera per nulla virtuosa il mondo affaristico del pallone. Penso che sia necessario – da tifoso forse – che le società possano farsi valere soprattutto nei casi in cui i calciatori si ritrovano a fare i pensionati milionari, fregandosene di quanto valga emotivamente e sportivamente il loro lavoro per milioni di persone. Penso ovviamente che questo non possa andare in contrasto con la libertà delle persone di fare quello che vogliono e di esprimere le loro opinioni. Ma non mi sembra che nella bozza degli otto punti ci siano (a parte un paio di casi) elementi così draconiani come l’AIC vorrebbe far credere.

Trovo poi francamente insopportabile e ipocrita che tutti sostengano a gran voce le mille schifezze perpetrate nel nome della flessibilità sulla pelle dei lavoratori “ordinari”, costretti a vivere ogni anno l’odissea della ricerca di un lavoro a poche centinaia di euro al mese, nel disperato tentativo settimanale di far quadrare i conti, con la prospettiva di essere presto completamente tagliati fuori dal mercato del lavoro e senza alcuna tutela per garantirsi una vita dignitosa. E che poi nel caso dei calciatori si faccia i paladini dello Statuto dei Lavoratori. Come ho detto. Nel mondo del lavoro usciamo dall’empasse solo se teniamo la barra a dritta sulle cose importanti e trattiamo su quelle ragionevoli. Nel passato si sono già commessi errori: l’ingessamento del mercato del lavoro in Italia è stato a lungo tempo una realtà. Adesso in molti si sono accorti che le cure erano peggio della malattia e che la totale deregulation rispetto ai diritti dei lavoratori ha creato una schiera di giovani e meno giovani che difficilmente si lasceranno coinvolgere nel progetto dell’azienda o del datore di lavoro, e che più facilmente cercheranno di fregare lui o lei come sono stati derubati loro del proprio futuro. Forse bastava tenere i regimi contrattuali com’erano e puntare al problema vero: riformare le forme e i modi e i limiti con cui concludere un rapporto di lavoro.

Anche nel caso dello scontro AIC-Lega mi pare che il punto nodale sia tutto lì. Perché per il resto è difficile trovare un punto in cui trovarsi d’accordo con i “milionari del pallone”. Spero di aver chiarito perché secondo me lo sciopero dei calciatori è un calcio in faccia alla miseria, al di là del populismo facile con cui viene tacciata anche giustamente questa posizione.

 

Ripubblico da iostoconmancini, un pezzo di Stefano Massaron chiaro e lucido su come funzionano (in piccolo, ma di sicuro) le curve di tutta Italia (e non solo le curve mi sa)

 

E’ bello, in questo momento,
essere sia interisti che veronesi – di origine e di famiglia paterna,
anche se non di nascita. E’ bello perché così si può parlare di tante
cose senza destare sospetto alcuno.

La prima è una verità inconfutabile, e sfido chiunque a confutarla: i veronesi sono razzisti.
Lo sono sempre stati e continueranno ad esserlo, perché ce l’hanno nel
sangue, ribollito dal sole che devasta le campagne piatte da giugno a
ottobre e inacidito dai nugoli di zanzare che se ne cibano senza sosta
in un perenne ronzio che, se non ci sei abituato, ti fa uscire di
matto.

Erano razzisti i miei prozii e
i miei zii, che facevano i contadini a pochi chilometri dalla Fatal
Verona (sempre sia lodata l’Hellas per quell’indimenticato 5-3 che
rifilò al Milan togliendogli la prima stella di sotto il naso), lo
erano i loro amici, lo erano le loro mogli, lo sono i loro nipoti.
Ricordo benissimo il disprezzo con cui i contadini di Rovigo (prego
controllare sulla cartina le relative coordinate geografiche) venivano
chiamati "Quei de zò" – "Quelli di giù" – e l’odio che veniva dedicato a chiunque fosse teròne; la semplice violenza verbale della parola Terònia
per identificare tutto ciò che fosse al di sotto di Roma e il fastidio
con cui venivano trattati e sopportati quei pochissimi emigrati
meridionali che osavano fare i braccianti nei campi spaccati dal sole.

Siccome sono vecchio, erano altri tempi, e il razzismo innato in ogni veronese si concentrava su di loro, i teròni,
ma non è che ci voglia una laurea in fisica nucleare per immaginare
che, nell’unica città in cui Forza Nuova ha dei legittimi
rappresentanti in consiglio comunale, ora quello stesso odio si sia
esteso (non spostato, badate bene, ho detto soltanto esteso) agli immigrati e agli extracomunitari in genere.

Figuriamoci poi quando si parla di negri.

Italiani? Ma non scherziamo: per il veronese DOC, non è italiano nemmeno uno nato a Latina, figuriamoci un nero.

Non scherziamo, Campedelli, éto capìo? ["Hai capito?" – NdA]

E, già che ci siamo, un bel "non scherziamo" anche a Di Carlo e, vieppiù, all’integerrimo integralista sindaco Tosi.

Funziona così, ormai: tentano
di prenderci per il culo, ma non ci riescono. E’ il destino cinico e
baro che gioca a loro sfavore: una volta sono i numeri diramati dalla
stessa SKY, un’altra volta – ahiloro – uno dei collaboratori di questo
blog ha passato a Verona e nel veronese gran parte della sua infanzia e
ha lì qualcosa tipo centosettantuno parenti ancora in vita.

Uno dei quali mi son preso la briga di consultare.
Siamo cugini alla lontana, tipo quarto o quinto grado, e nonostante il
disprezzo reciproco che ci slega, sono riuscito a farlo parlare.

Patto: non essere nominato.
Cosa che mi trova più che d’accordo, perché, francamente, mi vergogno.
Non abbiamo lo stesso cognome, ma magari qualcuno poi ci associa. Vurìa mai.

Mi dispiace di arrivare un poco
fuori tempo con questo pezzo, ma ci tenevo. Ci ho messo qualche giorno
a contattarlo, perché anche su Facebook non è che mi faccio vedere
molto, ma lo ricordavo come esponente di spicco di quella che, assieme
alle omologhe di Inter e Lazio, è la curva più razzista ed estremista –
di destra – d’Italia: gli ultras dell’Hellas Verona.

Già – e con questo termino la mia premessa – perché il vero veronese tifa Hellas, non Chievo.
Mio zio, nell’Ottantacinque, ha lasciato libere le vacche dopo l’ultima
giornata di campionato. E il Chievo, da me odiato un po’ per motivi
familiari (Hellas, come già spiegato) e in parte per la schifosa
retorica da Pandoro che ne ha accompagnato la "favola" fin da quando
sono arrivati in serie A, è una squadra che proprio detesto con tutto
me stesso.

Ma veniamo a Mister X.

Lo contatto su Facebook, acconsente a sentirci per telefono.

Ci salutiamo con notevole imbarazzo.

[Di seguito qualche stralcio, ricavato dagli appunti che ho preso frettolosamente.]

Io: Ti ricordi di me?

Lui: Non molto, ma mi vedo sempre con tuo cugino.

Io: Quale?

Lui: [Nome e Cognome], capito?

Io: Sì, certo.

[…]

Io: Senti, ma ci vai ancora allo stadio?

Lui: Certo. Sempre, ci andiamo sempre.

Io: Serie C1?

Lui: Non scherzare, mona. Andiamo al Cèo [Chievo – NdA]. La serie A."

Io: "Ma non lo odiavate?"

Lui: "Sì, ma stacci tu in serie C. E poi i sempre de Veròna."

Io: "Quindi ora siete tutti lì?"

Lui: "Sì. Tuti. Xémo tuti al Cèo."

Io: "Spiegami ‘sta cosa dei cori razzisti contro Balotelli."

Lui: "Xè negro."

Io: "Fantastico. Dai, sul serio. L’hai vista la mia pagina di Facebook, allora?"

Lui: "Sì, ti xè un comunista de merda."

Io: "Esatto."

Lui: "Lo sai che mi son de Forza Nuova, vera?"

Io: "Sì, immaginavo."

[Altri vari convenevoli.]

Io: "Mi spieghi come funziona?" [Il reclutamento allo stadio – NdA]

Lui: "E’ lì che facciamo
politica. Andiamo in massa, cioè, molti di noi si conoscono già, ovvio,
e ci andiamo insieme, tutti insieme, e lì parliamo con i ragazzini."

Io: "Cosa gli dite?"

Lui: "Non c’è molto da dire. Qui sèmo tuti incazzati per ‘sti negri, sai. Che ormai son dapertuto. I butéianca lori. Li invitiamo alle nostre riunioni, e un po’ ci vengono." [Bambini – NdA] son già incazzati

Io: "E poi tornate insieme allo stadio?"

Lui: "Certo, è allo stadio che ci divertiamo."

Io: "Con i cori razzisti, i volantini eccetera?"

Lui: "Sì. Ma dimmi, te la pubblichi, ‘sta roba?"

Io: "Sì."

Lui: "Non fare il mio nome."

Io: "Okay. Non ci penso nemmeno, sta’ tranquillo."

[…]

Io: "Quindi il reclutamento avviene allo stadio e fuori, ma comunque è allo stadio che vi sfogate, giusto?"

Lui: "No. Facciamo sfogare loro, i ragazzi. A me non serve."

Io: "E Balotelli?"

Lui: "E’ negro. E vuole essere italiano. E’ ovvio che se la prendono con lui."

Io: "Perché non sta zitto e buono?"

Lui: "Vàrda, è la stessa cosa. Che sta zitto o che parla, non cambia un casso."

Io: "E Luciano? Quello è dei vostri."

Lui: "Sì, ma è l’unico. Non ci piace, ma lo lasciamo in pace. I ragazzini odiano anche lui."

Io: "Anche lui?"

Lui: "Certo. Sperémo che non ne vengono altri."

[…]

Io: "E i tifosi del Chievo? Quelli di una volta? Dove sono?"

Lui: "In un posticino, in basso, son quatro gati."

Io: "Che rapporti avete con loro?"

Lui: "Tolleranza. Non ci rompono le balle, noi non le rompiamo a loro."

Io: "Quindi tutta la curva dell’Hellas segue il Chievo, adesso?"

Lui: "Non tutta. Ma tanti sì. Hai visto quanti siamo? All’inizio erano in venti." [Ride.]

Io: "Quindi i cori razzisti ci sono stati."

Lui: "Ma sì." [Ride.]

Io: "E il tuo partito cosa dice?"

Lui: "In che senso?"

Io: "Approva oppure no?"

Lui: "Approva, approva. Non ufficialmente, ma approva." [Ride ancora.]

[Altre cose poco significative.]

Che dire, fratelli nerazzurri?

Non aggiungo altro. So che questa volta non sono riuscito a farvi ridere, ma qui, da ridere, non c’è proprio niente.

Delle esternazioni sacrosante
di Mario Balotelli dopo la partita e dei vergognosi commenti di Mario
Sconcerti in primis e del discutibile sindaco Tosi poi hanno già
parlato Simone e altri, inutile che lo faccia io: ho voluto darvi –
anche se in ritardo, ma non è dipeso da me – il punto di vista di un tifoso dell’Hellas trapiantato al Chievo.

Mi viene in mente soltanto una
frase, prima di chiudere: Campedelli dovrebbe veramente pensare
all’impasto dei Pandori, e pensarci benissimo e non pensare a
nient’altro, prima di parlare del suochi sono e cosa fanno quelli che hanno occupato la sua Curva delle Favole.
pubblico. Perché Campedelli sa meglio di noi

Premio Fair Play.

Sì, come no.

STEFANO MASSARON 

 

 

Erano ormai giunti ad un punto di rottura e pronti a catalogare lo
studio come inclassificabile, unico caso dopo decenni di studi portati
tutti a termine e con precise indicazioni sociologiche. Finché un
italiano non gli ha dato la soluzione…

Sulle pagine dell’autorevole Sociology Review è stato recentemente
pubblicato(1) un breve saggio che, pur essendo passato inosservato qui
in Italia, possiede risvolti se vogliamo anche un po’ comici, non
fosse che per il quadro assai poco lusinghiero che emerge del nostro
Paese.


Qualche mese fa, un gruppo di ricercatori statunitensi ha completato
uno studio sulle cause della microcriminalità in Italia, commissionato
a quanto pare dal Ministero degli Interni all’Università dell’Iowa per
identificare le cause sociologiche della criminalità non-organizzata
al fine di individuare strumenti alternativi con cui combatterla.

Come spesso accade sulle riviste accademiche, l’articolo presentato è
soltanto un spunto iniziale di studio relativo alle prime impressioni
suscitate dal periodo di osservazione dei firmatari. "I risultati
verranno resi noti tra qualche mese" (2) è infatti la frase di
chiusura dell’articolo che però, seppur a questo stadio embrionale, ha
fornito all’equipe della Iowa University of Des Moines spunti
sufficientemente interessanti per iniziare a interessare l’intera
comunità scientifica d’oltreoceano.

Non trapelano molte notizie sul campione statistico preso in esame, ma
nella parte introduttiva si accenna a "migliaia di volontari
sottoposti al test" (3) cosa che dovrebbe rendere lo studio quantomeno
attendibile.

Per certi versi, come anticipavo all’inizio, i risultati sono stati
imbarazzanti e, non fosse per l’impianto assolutamente rigoroso
dell’indagine e per l’autorevolezza della rivista che ne ha pubblicato
i primi stralci, potrebbe facilmente non essere preso sul serio. A
stupirsene sono gli stessi firmatari della pubblicazione, ammettendo
candidamente "Before the final, surprising proof, we didn’t think
anything like that could ever be taken in serious consideration" (4).

Se la realizzazione del micro-crimine rimane a livelli di normalità
col resto d’Europa — pur mantenendosi leggermente superiore ad altri
paesi quali Francia, Grecia e Spagna — a preoccupare è quella che gli
stessi autori definiscono "tendenza al crimine". (5) Un numero
impressionante di intervistati (poco più del 79%), ha infatti
confessato che, avendo l’assicurazione di non essere scoperto o, in
alternativa, avendo garanzie anche minime di incorrere in condanne più
o meno lievi, "avrebbe volentieri commesso un crimine". (6) In molti
casi, "un crimine qualunque" (7) "per il semplice gusto di farlo" (8).
Gli stessi (soggetti anonimi, come precisato nell’identificazione
della procedura adottata nel paragrafo di preambolo), hanno ammesso di
"sentirsi impunibili o quasi". (9)

E’ proprio qui, come ammettono i ricercatori, che la loro indagine si
è trovata "a un punto morto" (10). Il motivo è presto spiegato: "Non
esisteva un solo comun denominatore che potesse determinare la causa
di un simile atteggiamento perché i soggetti intervistati non
possedevano radici comuni di alcun genere: non la categoria sociale,
non l’estrazione culturale, non l’educazione né il censo… niente che
potesse ricondurre quei sorprendenti risultanti a un unico ceppo
individuabile che fosse poi possibile sottoporre ad analisi
ulteriore". (11)

Da notare che il team coinvolto nell’indagine è tutt’altro che poco
preparato: Johnson, Reynard, Berkovitz (i primi tre firmatari) sono da
decenni consulenti dell’Unione Europea e della Casa Bianca, e i
ricercatori co-firmatari dell’articolo (McKenzie, Hutchinson, Smith,
Rice e Stratton) hanno all’attivo diverse pubblicazioni su riviste di
settore, spaziando dall’analisi statistica (è il caso di Smith) alla
matematica (Rice) per finire con la sociologia antropologica
(Stratton, Hutchinson).

Come ammesso candidamente in sede di pubblicazione, "la soluzione
all’enigma non arrivava".(12)

"Eravamo sul punto di abbandonare lo studio", ci ha confessato Ezekiel
Reynard quando l’abbiamo contattato via mail, "finché un cameriere,
durante la cena della sera prima della partenza, si è lasciato
scappare una battuta apparentemente innocua che inizialmente non
abbiamo nemmeno compreso". Si tratta di una battuta, però, a cui noi
italiani siamo abituati. Per farla breve, nel sentirli discutere di
tante persone così diverse tra loro unite solo dal desiderio e
dall’inclinazione a commettere un reato — uno qualunque purché fosse
reato — il cameriere ("che per nostra fortuna, lavorando in una
rinomata località turistica, conosceva perfettamente l’inglese",
aggiunge Reinhard direttamente nell’articolo) (13) ha esclamato
ridendo: "Saranno certamente dei gobbi". (In originale nell’articolo
la parola adoperata è l’arcaico "Hunchbacks") (14)

La storia sembrerebbe finita lì, con una battuta.

"Quando vidi Paul [Johnson, NdT] alzare le sopracciglia in quel modo
capii che aveva subodorato qualcosa" ci confessa via mail Phil
Mckenzie, il più giovane dei sociologi, al primo impegno di questa
portata ma già in ambiente accademico considerato un precoce genio.
"Ci siamo ammutoliti tutti perché Paul quando fa così trova sempre la
soluzione al problema. E infatti la soluzione è arrivata".

L’articolo della Sociology Review prosegue così: "Paul chiese che
qualcuno gli traducesse il termine ‘gobbo’, ma la traduzione non ci
fornì ulteriori segnali. Nessuno degli intervistati, infatti, aveva
caratteristiche fisiche che potessero portare alla mente problemi alla
spina dorsale (15) […] "Mentre tutti noi avevamo già derubricato la
questione a puro folklore italiano" prosegue McKenzie nelle note a
margine dell’articolo,(16) "Paul non volle fermarsi e richiamò il
cameriere. Il ragazzo all’inizio sembrava spaventato… gli abbiamo
spiegato il problema e ha cominciato a ridere come se avesse visto il
miglior film comico della sua vita."(17)

Dopo essersi calmato, il giovane cameriere (18) spiega a McKenzie e a
Paul Johnson che, in Italia, il termine "gobbo" (19) è riferito ai
tifosi della Juventus. "Sono pronto a scommetterci la mancia che mi
lascerete" conclude il cameriere.

Nei giorni seguenti, rimandato il viaggio di ritorno, il team "ha
richiamato i soggetti dello studio, tentando di rintracciarli tutti".
Ciò non è stato possibile (20), ma la percentuale di "astenuti in
seconda analisi" (21) è talmente irrisoria da non aver inficiato,
secondo Paul Johnson, i risultati dello studio stesso. Ai richiamati è
stata sottoposta la precisa domanda "Per quale squadra di calcio fai
il tifo?" (22). Domanda che, stando sempre alle Note a Margine firmato
da McKenzie, "aveva riscontrato diverse opposizioni tra gli altri
membri del team, che non la ritenevano sufficientemente seria. Se Paul
e Ezekiel [Reynard, NDR] non avessero fatto valere tutta la loro
autorità accademica, credo avremmo dichiarato conclusa l’indagine con
un insuccesso" (23) chiosa McKenzie.

Il risultato della ripetizione dello studio è stupefacente: soltanto
lo 0,2% dell’iniziale 79% "tendente al crimine" ha dichiarato di
supportare una squadra di calcio diversa dalla Juventus. E, di contro,
soltanto lo 0,28% del restante 21% si è dichiarato "juventino" (24).
Numeri inequivocabili che, oltre allo stupore che possiamo immaginare,
ha portato a un’ulteriore verifica, effettuata questa volta con
"soggetti diversi, selezionati con il preciso scopo di tenere al di
fuori della ricerca i tifosi della Juventus" (25). E il risultato, se
vogliamo, è stato ancora più imbarazzante: il 99,65% del secondo
campione non ha mostrato tendenze alla criminalità. "Tra gli scartati
perché tifosi della Juventus, il rapporto era inverso: il 99,73% era
incline a commettere un reato qualunque." (26)

"E’ innegabile", riferiscono Paul Johnson e Ezekiel Reynard in un
recente articolo integrativo apparso nel supplemento della Sociology
Review (27), "che i risultato siano anomali, ma d’altra parte non era
possibile in alcun modo mettere in discussione la prassi scientifica
consolidata secondo cui lo studio è stato condotto. Lo studio è stato
ripetuto con gruppi di persone meno folti, in cui è stata tentata
un’omogeneizzazione in altri ambiti quali, per esempio, l’estrazione
sociale, il reddito e l’area politica di appartenenza" (28).

E le conclusioni sono sconcertanti. "L’unica cosa che giustifica
questa tendenza in Italia è la squadra di calcio supportata dal
soggetto", ammette (29). "Ci sarebbe da capirne i motivi, e sarà
oggetto di un prossimo studio comprenderne le cause e gli effetti. Non
posso che affermare, dati alla mano, che chi tifa Juventus, in Italia,
è innegabilmente tentato di commettere anche solo un micro-crimine
privo di significato alcuno, purché abbia la seppur minima garanzia di
impunità."(30). Un altro punto che Johnson e Reynard intendono
analizzare è se sia il tifo per la Juventus la causa e la "tendenza al
crimine" l’effetto, o viceversa.

"Per far questo avremo bisogno di ritornare in loco e affrontare uno
studio su scala più vasta", è la conclusione dei due sociologi
dell’Università dello Iowa. (31)

Di sicuro, nell’ambiente accademico, italiano e non solo, l’articolo
pubblicato dalla Sociology Review ha suscitato non poco scalpore.

[Ma.Ric.]

NOTE:
(1) Johnson P., Reynard E., Berkovitz P.; McKenzie F., Hutchinson S.,
Smith A., Rice A. & Stratton, J. – "Micro-criminality in Italian
modern culture, a case study: Introductory Notes" – in "Sociology
Review" vol.VIII issue 7, pagg. 17-34. Des Moines, UIDM Academic
Press, 2009.
(2) Ibid., pag 34.
(3) "The subjects were thousands", Ibid., pag. 24.
(4) "Prima della sorprendente prova definitiva, non avremmo mai
pensato che una cosa del genere potesse essere presa in seria
considerazione", Ibid, pag. 31.
(5) Nel testo originale "proclivity to crime" (art. cit., pag. 18)
(6) "Would gladly commit a crime" (cit.)
(7) "Any crime would do" (cit.)
(8) "For the mere sake of it" (cit.)
(9) "They felt immune to any kind of possible punishment" (art. cit,
pag. 19)
(10) "We were at a dead end" (art. cit, pag. 27)
(11) Ibid.
(12) "We were unable to solve the riddle" (art. cit., pag. 27)
(13) Ibid.
(14) "We were shocked, mistakenly perceiving this as an archaic,
out-of-time form of physical discrimination we didn’t expect" (art.
cit., pag. 28)
(15) E’ interessante notare come, in modo del tutto naturale, gli
autori dell’articolo abbiano inizialmente pensato all’ovvia deformità
fisica suggerita dal significato letterale del termine. [NdT]
(16) McKenzie F, & Stratton, J. – "Complementary Notes to
Micro-criminality in Italian modern culture" – in "Sociology Review",
vol. VIII issue 7, pagg. 35-38. Des Moines, UIDM Academic Press, 2009.
(17) Ibid., pag. 37.
(18) Descritto come "simpatico, affabile, un po’ sbruffone" ("Nice,
funny, kind – if a bit boasting"), Ibid., pag. 36.
(19) Ancora una volta qui viene adoperato l’arcaico "Hunchback" (NdT)
(20) Secondo i dati di McKenzie, tre persone non sono state
rintracciabili e non hanno quindi potuto partecipare alla seconda
sessione dell’analisi statistica. (NdT)
(21) "Second-wave subjects" – Johnson P., Reynard E., Berkovitz P.;
McKenzie F., Hutchinson S., Smith A., Rice A. & Stratton, J. –
"Micro-criminality in Italian modern culture, a case study:
Introductory Notes", art. cit.
(22) "Which soccer team do you support?" – Ibid., pag. 30.
(23) McKenzie F, & Stratton, J. – "Complementary Notes to
Micro-criminality in Italian modern culture", art. cit.
(24) Qui viene adoperato l’ibrido "juventine", chiaramente mutuato
dall’italiano (NdT) – Johnson P., Reynard E., Berkovitz P.; McKenzie
F., Hutchinson S., Smith A., Rice A. & Stratton, J. –
"Micro-criminality in Italian modern culture, a case study:
Introductory Notes", art. cit., pag. 31.
(25) Ibid., pag. 33.
(26) Ibid.
(27) Johnson, P. & Reynard, E. – "Integration to Micro-criminality in
Italian Modern Culture" – in "Sociology Review", vol. VIII appendix C,
pagg. 11-18. Des Moines, UIDM Academic Press, 2009.
(28) Ibid., pag. 14.
(29) Ibid., pag. 16.
(30) Ibid., pag. 17.
(31) Ibid., pag. 18.

 

[questa della "tessera del tifoso" e’ una tale porcata fascistoide che ha smosso l’intestino pure a gianni mura, che non ha mai mostrato particolare simpatia verso ultras e tifoserie piu’ o meno "calde"…]

Occuparsi di sport, di calcio in particolare, ha i suoi lati positivi. Per esempio, potrei rivolgermi al ministro Maroni a proposito della sua direttiva sulle trasferte dei tifosi ignorando altre e più drammatiche trasferte sul Canale di Sicilia. Potrei ma non posso. Solo due considerazioni. E’ ben strano l´atteggiamento di molti leghisti. Si propongono come i più accaniti difensori dei valori dell´Occidente cristiano e appena qualche vescovo o qualche prete dice qualcosa che non gli torna lo mandano brutalmente a scopare il mare (è un modo dire milanese, va inteso come ramazzare l´oceano e, in greco, farebbe parte degli adùnata). Poi (prima regola: negare comunque, o almeno mettere in dubbio) è piuttosto atroce il loro far di conto. I 5 vivi dicono che erano in 73, morti recuperati 14 (vado a memoria). E fanno 19, dove sono gli altri 54? Come se il mare fosse un bancomat, una cassetta di sicurezza, ancora un po’ e gli si chiede la ricevuta. Ma si sa che i conti devono tornare (a casa loro anche loro, così imparano).

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