Quanta retorica, quanta ipocrisia per dire: repressione, repressione, ordine, severità

''' da liberazione del 06.02.07''' 

Quanta retorica, quanta ipocrisia per dire: repressione, repressione, ordine, severità
di Massimo Ilardi
 
Condannare la violenza è giusto, ma condannarla con argomenti che fanno rabbrividire la ragione vuol dire esercitare la stessa violenza che è esplosa sulle strade di Catania.
 
 

In questo caso non lascia morti ma celebra comunque dei funerali: quelli appunto della ragione e della conoscenza.
In verità questi funerali si celebrano tutte le domeniche:
per parteciparvi basta mettersi comodi davanti al televisore e guardare una delle tante trasmissioni sportive che affollano i canali pubblici e privati e che, tra l’altro, dovrebbe informare sulle partite di calcio.
Dico dovrebbe, perchè in realtà state per intraprendere una delle esperienze più frustranti che possa accadere a un appassionato di questo sport.
Di tutto si parla e su tutto si urla, ma quasi mai si riesce a sentire un discorso sugli aspetti tecnici di una partita o un ragionamento sulle scelte tattiche di un allenatore che intervistato è costretto, a questo punto, a parlare del nulla: di un gol regolare ma negato, di un fuorigioco inesistente, di un rigore non assegnato o assegnato ingiustamente, di un giocatore che sostituito lo ha mandato a quel paese, delle liti negli spogliatoi, dei suoi rapporti con il presidente. L’intento è quello di provocarlo, di suscitare la sua reazione, di spingerlo a dire cose contro questo o quello affinché si accenda la rissa.
Perché è la rissa a fare spettacolo, il resto è solo noia. Il pettegolezzo è al centro di questo circo dove la maggior parte degli ospiti sono appunto nani, gnomi e ballerine.
Ed è proprio qui, in queste trasmissioni che vengono ripetuti i luoghi comuni più triti che trovano poi riscontro sulla stampa. E la loro apoteosi è coincisa, manco a dirlo, con i fatti accaduti a Catania.
La violenza dell’ovvio, dell’ipocrisia, dell’ignoranza (calcistica) sta attraversando pagine e pagine dei quotidiani nazionali. Gente che non è mai entrata in uno stadio se non per curiosità si sente in dovere di pontificare sul mondo del calcio e chiede, puntando il solito ditino accusatore, di chiudere gli stadi.
Giusto, ma allora chiudiamo anche le piste di sci dove ci sono stati più morti in questi ultimi giorni che in dieci anni di campionato italiano di calcio!
Il fatto è che non si può chiudere proprio niente. Le leggi ferree del mercato passano come lame nel burro dei loro impotenti piagnistei.
Ma prendiamone alcune di queste comuni lamentazioni.
Ad esempio: «adottiamo il modello inglese», «facciamo come in Inghilterra» dove le leggi repressive hanno riportato la tranquillità dentro gli stadi.
Appunto, dentro gli stadi perché è qui che si dispiegava la violenza degli scontri. Spesse volte colpiva nei pub o in qualche stazione della metropolitana, ma l’epicentro rimaneva lo stadio come la tragedia dell’Heysel purtroppo ha insegnato.
Non a caso la mercificazione dello spettacolo calcio, l’introduzione di controlli asfissianti, una repressione senza quartiere hanno definitivamente allontanato gli hooligan dagli stadi ma non dal territorio se è vero che tra le diverse tifoserie ci si dà appuntamento via internet per sceglire luoghi e tempi dello scontro.
In Italia è diverso. Ma la diversità non sta negli stadi dove anche qui non succede più nulla.

Che vuol dire allora leggere che «è urgente un risanamento di chi frequenta gli stadi» oppure che si devono «aumentare i controlli per accedere allo stadio»? Che facciamo vogliamo richiedere, oltre il documento e il codice fiscale, anche la fedina penale quando si va a comprare un biglietto? Qualcuno poi usa in malafede questo calo di spettatori per dire che il calcio è diventato uno spettacolo irrilevante, «non più di popolo», e che «è senza sorriso» e che le gradinate sono diventate «da luogo di ritrovo delle famiglie a simbolo dell’estremismo». Credo fermamente che bisognerebbe vietare, divieto che calzerebbe a pennello in questo clima proibizionista in cui viviamo, di parlare o scrivere di calcio a chi non solo non ne capisce tecnicamente nulla, ma soprattutto non prova alcuna passione o interesse verso questo gioco. Fa più male alla salute di un tifoso il commento di un giornalista che vede il calcio come si possono vedere l’acrobazie di un delfino nell’acquario comunale che fumare due pacchetti di sigarette al giorno. Ma quando mai un tifoso ha visto una partita con il sorriso ebete stampato sul suo viso a meno che la sua squadra non stia vincendo per quattro a zero?
Allo stadio si gioca e il gioco, come ogni altro terreno di competizione dove la posta è alta, non è divertimento, non può esserlo: è passione, sofferenza, esaltazione, molte volte è sconfitta e frustrazione. Se qualche bravo cittadino vuole divertirsi vada pure al cinema, al teatro o alle giostre ma mai allo stadio o al casinò. Perché per il tifoso come per l’ultras e come per ogni giocatore che si rispetti, il gioco è sfida, conflitto, costruzione di una identità, è spesso riscatto da una condizione subalterna. Se così non fosse l’aspetto ludico prenderebbe il sopravvento e qualsiasi idiota, appunto, potrebbe vantarsi di essere un tifoso o, peggio, un giocatore.
E poi: ma quando mai si sono viste le famiglie allo stadio?
Magari il padre con un figlio, ma addirittura con moglie, suocera e nipoti a carico! Frequento lo stadio da cinquant’anni e non mi si venga a raccontare che è il posto ideale per scattare foto di famiglia.
Non fosse altro che per il costo dei biglietti. Comunque tranquillizziamo gli aspiranti stregoni: nello stadio tutto è tranquillo, le curve sono semivuote e l’intento di allontanare gli spettatori e di metterli davanti alla tv è stato in parte raggiunto.
Il problema non è lo stadio, è appunto il territorio dove molto spesso si scaricano tensioni e desideri come avviene in qualsiasi società iperconsumistica.
L’altro problema è l’odio verso la polizia che unifica tutti i gruppi ultras. Ma perché solo in Italia accade questo? E' mai possibile che nessun commento o nessuna cronaca di giornale se lo siano chiesto?
In Italia, la violenza degli ultras esplode sul territorio ma, a differenza che in altri paesi, dentro questa violenza non c’è solo passione di parte, non c’è solo il confronto con l’avversario di turno, c’è anche tanta rabbia sociale e antistituzionale.
E’ nella tradizione italiana politicizzare il conflitto, trasformare una cultura conflittuale in movimento antagonista e su questo terreno far nascere uno scontro sociale tra fazioni e istituzioni, e infine assegnargli un nome, in questo caso “ultras” che, tra l’altro, è stato esportato in tutti gli stadi d’Europa.
All’origine della cultura ultras c’è la strada con i suoi linguaggi e i suoi riti in cui l’appartenenza territoriale costituisce il fondamento. La contrapposizione fisica con la polizia, la stessa irregolarità delle forme di lotta sono sempre e solo dentro questa insofferenza verso ogni forma di controllo e di limitazione dello spazio dell’agire.
Non a caso, a differenza degli hooligan inglesi che non hanno mai messo in discussione il potere della polizia, uno degli obiettivi degli ultras è invece quello di delegittimarlo e proprio nel modo più intollerabile per qualsiasi autorità costituita: non permetterle l’agibilità di uno spazio (quello della curva o quello del territorio adiacente alla stadio).
Ecco perché se è vero che non esiste «l’ultras inteso come unica e monolitica figura», ma al contrario appare come «identità plurima, un’originalità che rende ogni gruppo e tifoseria ben distinta ai propri occhi dalle altre» (come sosteneva il compianto Valerio Marchi che di stadi, di calcio e di ultras se ne intendeva perché non solo li studiava ma li frequentava), poi nel momento del conflitto contro le istituzioni le divisioni storiche tra le diverse tifoserie scompaiono perché il nemico diventa unico per tutte.
Questa contrapposizione violenta con la polizia, che da alcuni anni ha messo in secondo piano quella tra tifoserie di appartenenze diverse, è nata anche in seguito al cambiamento di fase nella strategia del controllo e della repressione.
«Il controllo non si esercita più su singoli individui devianti (attuali o potenziali), quanto invece su soggetti sociali collettivi, che sono istituzionalmente trattati come gruppi produttori di rischio». Questo discorso assume di conseguenza come oggetto il comportamento e l’ambiente. «Intervenire sull’ambiente (fisico, spaziale, urbano) è l’unico modo per prevenire la criminalità di strada». Si tratta «di ridisegnare lo spazio in cui l’individuo agisce, elevando ostacoli fisici, materiali, che rendano meno facile la condotta deviante soprattutto nel contesto metropolitano». Quella che «prevale è una logica della prevenzione rispetto a quella tradizionale, centrata sul trattamento che interviene dopo il manifestarsi del comportamento deviante » (Alessandro De Giorgi).
Allora se questo è vero sarebbe interessante conoscere quale sia stato il comportamente della polizia prima e durante la partita. E invece rimane il fatto che fino ad ora in tutte le cronache che raccontano gli scontri di Catania non si riesce a leggerne una che lo descriva. Per capire. Perché la violenza, da qualunque parte arrivi, non è mai insensata. L’insensatezza lasciamola ai comunicati dei partiti e delle istituzioni che sono sempre uguali, sempre le stesse parole, sempre le stesse condanne, addirittura sempre gli stessi aggettivi già precofezionati e validi per tutte le occasioni e per tutte le stagioni.

2 Replies to “Quanta retorica, quanta ipocrisia per dire: repressione, repressione, ordine, severità”

  1. Finalmente un articolo, sul calcio ed ultras, degno di essere letto e riletto…

    Sarebbe bello leggere qualcosa di piu’ sulla ”tradizione italiana di politicizzare il conflitto” perche’ nonostante siamo nella migliore tra le peggiori repubbliche delle banane non credo prorpio che cio’ accada a caso.

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