[repost] i tifosi genoani sul cosiddetto sciopero dei calciatori

[ Articolo originale su grifoni.org ]

Doveva succederci anche questa. Sopportare l’idea che un gruppo di giovanotti miliardari, con le loro luccicanti Ferrari e le mutande di Dolce e Gabbana, avessero l’alzata di ingegno di indire uno sciopero.Anzi, viene quasi un conato di nausea ad accostare la parola sciopero a persone che non hanno mai seriamente lavorato un giorno in vita propria.
E’ un insulto alla nostra benevolenza. Per noi che siamo dall’altra parte del vetro, che spendiamo denaro, tempo, energie, consumiamo ferie, impegnamo il nostro (poco) tempo libero per vedere 90 minuti di uno spettacolo che in più di una circostanza è al limite del decoroso, agli orari più improbabili, con le condizioni meteo più disparate, con biglietti sempre più cari, con i palinsesti televisivi che spadroneggiano su qualunque barlume di buon senso e costretti a sottoscrivere un’assurda ed inutile tessera per poter seguire la nostra squadra. Accolti in stadi paleolitici da agenti di pessimo umore a cui spesso prudono pure le mani.

Oltre a tutto questo, perfino l’astensione dal “lavoro” dei pedanti di professione ci toccherà sopportare. A noi che siamo operai cassaintegrati, ricercatori sui tetti, studenti che gridano per strada, famiglie che devono contare gli spiccioli prima di mettere al mondo dei figli, con debiti di 30 anni con la banca per comprare un piccolo appartamento in perIferia. Siamo noi, quelli che di tanto in tanto si vedono nei telegiornali (se siamo fortunati e qualcuno si degna di darci ascolto). Quelli che occupano l’Asinara pur di avere un piccolo cono di luce sulla propria condizione e sul proprio disagio.
E, quasi come una beffa, ci vediamo insultati da gente baciata dalla fortuna, i cui figli e pronipoti vivranno nell’agio e senza la minima preoccupazione economica, li vedremo usare uno strumento che è stato l’emblema della lotta di emancipazione dei più deboli, come se fosse per davvero un loro diritto.
E nemmeno ci interessa sapere se le loro istanze sono ragionevoli o sbagliate, se hanno ragione o hanno torto. Non ci interessa. Davvero vorremmo sapere se in una nazione stritolata dalla crisi economica,dove gli ultimi stanno andando alla deriva senza un salvagente che non sia la carità dei penultimi, si possa tollerare l’insolenza di chi vive in una torre d’avorio come se fosse normale, ineluttabile,dovuto. La nostra risposta, pensiamo, sia men che sottintesa in queste poche righe. Le quali, lo speriamo, servano a far abbassare lo sguardo di questi signori quando alla mattina si faranno la barba davanti allo specchio.

Con tutto il nostro biasimo vi gridiamo… VERGOGNATEVI!!!

La Tifoseria Organizzata del Genoa.

(repost) La nuova Stasi

repost da cicloweb. perche’ ne vale la pena.

A leggerle tutte si passa una gioiosa mezz’oretta a cercare di capire perché mai uno sport bello, popolare, rusticano come il ciclismo sia finito a questo punto. E non saranno le risate per certi suggerimenti della WADA (la raccomandazione 10 sulle toilette è irresistibile, ma anche la 32 sulle bevande incustodite è notevole) a sciogliere l’amarezza. Si può solo prendere atto di tutto ciò, alla luce della convinzione che l’antidoping, lungi dallo svolgere un ruolo di servizio, complementare, tende a prendersi la scena, in un contesto ipernormato in cui anche un telo di recinzione diventa oggetto di indicazioni pararegolamentari (vedasi raccomandazione 11).
Continue reading “(repost) La nuova Stasi”

Chiamale se vuoi tentazioni

 

Erano ormai giunti ad un punto di rottura e pronti a catalogare lo
studio come inclassificabile, unico caso dopo decenni di studi portati
tutti a termine e con precise indicazioni sociologiche. Finché un
italiano non gli ha dato la soluzione…

Sulle pagine dell’autorevole Sociology Review è stato recentemente
pubblicato(1) un breve saggio che, pur essendo passato inosservato qui
in Italia, possiede risvolti se vogliamo anche un po’ comici, non
fosse che per il quadro assai poco lusinghiero che emerge del nostro
Paese.


Qualche mese fa, un gruppo di ricercatori statunitensi ha completato
uno studio sulle cause della microcriminalità in Italia, commissionato
a quanto pare dal Ministero degli Interni all’Università dell’Iowa per
identificare le cause sociologiche della criminalità non-organizzata
al fine di individuare strumenti alternativi con cui combatterla.

Come spesso accade sulle riviste accademiche, l’articolo presentato è
soltanto un spunto iniziale di studio relativo alle prime impressioni
suscitate dal periodo di osservazione dei firmatari. "I risultati
verranno resi noti tra qualche mese" (2) è infatti la frase di
chiusura dell’articolo che però, seppur a questo stadio embrionale, ha
fornito all’equipe della Iowa University of Des Moines spunti
sufficientemente interessanti per iniziare a interessare l’intera
comunità scientifica d’oltreoceano.

Non trapelano molte notizie sul campione statistico preso in esame, ma
nella parte introduttiva si accenna a "migliaia di volontari
sottoposti al test" (3) cosa che dovrebbe rendere lo studio quantomeno
attendibile.

Per certi versi, come anticipavo all’inizio, i risultati sono stati
imbarazzanti e, non fosse per l’impianto assolutamente rigoroso
dell’indagine e per l’autorevolezza della rivista che ne ha pubblicato
i primi stralci, potrebbe facilmente non essere preso sul serio. A
stupirsene sono gli stessi firmatari della pubblicazione, ammettendo
candidamente "Before the final, surprising proof, we didn’t think
anything like that could ever be taken in serious consideration" (4).

Se la realizzazione del micro-crimine rimane a livelli di normalità
col resto d’Europa — pur mantenendosi leggermente superiore ad altri
paesi quali Francia, Grecia e Spagna — a preoccupare è quella che gli
stessi autori definiscono "tendenza al crimine". (5) Un numero
impressionante di intervistati (poco più del 79%), ha infatti
confessato che, avendo l’assicurazione di non essere scoperto o, in
alternativa, avendo garanzie anche minime di incorrere in condanne più
o meno lievi, "avrebbe volentieri commesso un crimine". (6) In molti
casi, "un crimine qualunque" (7) "per il semplice gusto di farlo" (8).
Gli stessi (soggetti anonimi, come precisato nell’identificazione
della procedura adottata nel paragrafo di preambolo), hanno ammesso di
"sentirsi impunibili o quasi". (9)

E’ proprio qui, come ammettono i ricercatori, che la loro indagine si
è trovata "a un punto morto" (10). Il motivo è presto spiegato: "Non
esisteva un solo comun denominatore che potesse determinare la causa
di un simile atteggiamento perché i soggetti intervistati non
possedevano radici comuni di alcun genere: non la categoria sociale,
non l’estrazione culturale, non l’educazione né il censo… niente che
potesse ricondurre quei sorprendenti risultanti a un unico ceppo
individuabile che fosse poi possibile sottoporre ad analisi
ulteriore". (11)

Da notare che il team coinvolto nell’indagine è tutt’altro che poco
preparato: Johnson, Reynard, Berkovitz (i primi tre firmatari) sono da
decenni consulenti dell’Unione Europea e della Casa Bianca, e i
ricercatori co-firmatari dell’articolo (McKenzie, Hutchinson, Smith,
Rice e Stratton) hanno all’attivo diverse pubblicazioni su riviste di
settore, spaziando dall’analisi statistica (è il caso di Smith) alla
matematica (Rice) per finire con la sociologia antropologica
(Stratton, Hutchinson).

Come ammesso candidamente in sede di pubblicazione, "la soluzione
all’enigma non arrivava".(12)

"Eravamo sul punto di abbandonare lo studio", ci ha confessato Ezekiel
Reynard quando l’abbiamo contattato via mail, "finché un cameriere,
durante la cena della sera prima della partenza, si è lasciato
scappare una battuta apparentemente innocua che inizialmente non
abbiamo nemmeno compreso". Si tratta di una battuta, però, a cui noi
italiani siamo abituati. Per farla breve, nel sentirli discutere di
tante persone così diverse tra loro unite solo dal desiderio e
dall’inclinazione a commettere un reato — uno qualunque purché fosse
reato — il cameriere ("che per nostra fortuna, lavorando in una
rinomata località turistica, conosceva perfettamente l’inglese",
aggiunge Reinhard direttamente nell’articolo) (13) ha esclamato
ridendo: "Saranno certamente dei gobbi". (In originale nell’articolo
la parola adoperata è l’arcaico "Hunchbacks") (14)

La storia sembrerebbe finita lì, con una battuta.

"Quando vidi Paul [Johnson, NdT] alzare le sopracciglia in quel modo
capii che aveva subodorato qualcosa" ci confessa via mail Phil
Mckenzie, il più giovane dei sociologi, al primo impegno di questa
portata ma già in ambiente accademico considerato un precoce genio.
"Ci siamo ammutoliti tutti perché Paul quando fa così trova sempre la
soluzione al problema. E infatti la soluzione è arrivata".

L’articolo della Sociology Review prosegue così: "Paul chiese che
qualcuno gli traducesse il termine ‘gobbo’, ma la traduzione non ci
fornì ulteriori segnali. Nessuno degli intervistati, infatti, aveva
caratteristiche fisiche che potessero portare alla mente problemi alla
spina dorsale (15) […] "Mentre tutti noi avevamo già derubricato la
questione a puro folklore italiano" prosegue McKenzie nelle note a
margine dell’articolo,(16) "Paul non volle fermarsi e richiamò il
cameriere. Il ragazzo all’inizio sembrava spaventato… gli abbiamo
spiegato il problema e ha cominciato a ridere come se avesse visto il
miglior film comico della sua vita."(17)

Dopo essersi calmato, il giovane cameriere (18) spiega a McKenzie e a
Paul Johnson che, in Italia, il termine "gobbo" (19) è riferito ai
tifosi della Juventus. "Sono pronto a scommetterci la mancia che mi
lascerete" conclude il cameriere.

Nei giorni seguenti, rimandato il viaggio di ritorno, il team "ha
richiamato i soggetti dello studio, tentando di rintracciarli tutti".
Ciò non è stato possibile (20), ma la percentuale di "astenuti in
seconda analisi" (21) è talmente irrisoria da non aver inficiato,
secondo Paul Johnson, i risultati dello studio stesso. Ai richiamati è
stata sottoposta la precisa domanda "Per quale squadra di calcio fai
il tifo?" (22). Domanda che, stando sempre alle Note a Margine firmato
da McKenzie, "aveva riscontrato diverse opposizioni tra gli altri
membri del team, che non la ritenevano sufficientemente seria. Se Paul
e Ezekiel [Reynard, NDR] non avessero fatto valere tutta la loro
autorità accademica, credo avremmo dichiarato conclusa l’indagine con
un insuccesso" (23) chiosa McKenzie.

Il risultato della ripetizione dello studio è stupefacente: soltanto
lo 0,2% dell’iniziale 79% "tendente al crimine" ha dichiarato di
supportare una squadra di calcio diversa dalla Juventus. E, di contro,
soltanto lo 0,28% del restante 21% si è dichiarato "juventino" (24).
Numeri inequivocabili che, oltre allo stupore che possiamo immaginare,
ha portato a un’ulteriore verifica, effettuata questa volta con
"soggetti diversi, selezionati con il preciso scopo di tenere al di
fuori della ricerca i tifosi della Juventus" (25). E il risultato, se
vogliamo, è stato ancora più imbarazzante: il 99,65% del secondo
campione non ha mostrato tendenze alla criminalità. "Tra gli scartati
perché tifosi della Juventus, il rapporto era inverso: il 99,73% era
incline a commettere un reato qualunque." (26)

"E’ innegabile", riferiscono Paul Johnson e Ezekiel Reynard in un
recente articolo integrativo apparso nel supplemento della Sociology
Review (27), "che i risultato siano anomali, ma d’altra parte non era
possibile in alcun modo mettere in discussione la prassi scientifica
consolidata secondo cui lo studio è stato condotto. Lo studio è stato
ripetuto con gruppi di persone meno folti, in cui è stata tentata
un’omogeneizzazione in altri ambiti quali, per esempio, l’estrazione
sociale, il reddito e l’area politica di appartenenza" (28).

E le conclusioni sono sconcertanti. "L’unica cosa che giustifica
questa tendenza in Italia è la squadra di calcio supportata dal
soggetto", ammette (29). "Ci sarebbe da capirne i motivi, e sarà
oggetto di un prossimo studio comprenderne le cause e gli effetti. Non
posso che affermare, dati alla mano, che chi tifa Juventus, in Italia,
è innegabilmente tentato di commettere anche solo un micro-crimine
privo di significato alcuno, purché abbia la seppur minima garanzia di
impunità."(30). Un altro punto che Johnson e Reynard intendono
analizzare è se sia il tifo per la Juventus la causa e la "tendenza al
crimine" l’effetto, o viceversa.

"Per far questo avremo bisogno di ritornare in loco e affrontare uno
studio su scala più vasta", è la conclusione dei due sociologi
dell’Università dello Iowa. (31)

Di sicuro, nell’ambiente accademico, italiano e non solo, l’articolo
pubblicato dalla Sociology Review ha suscitato non poco scalpore.

[Ma.Ric.]

NOTE:
(1) Johnson P., Reynard E., Berkovitz P.; McKenzie F., Hutchinson S.,
Smith A., Rice A. & Stratton, J. – "Micro-criminality in Italian
modern culture, a case study: Introductory Notes" – in "Sociology
Review" vol.VIII issue 7, pagg. 17-34. Des Moines, UIDM Academic
Press, 2009.
(2) Ibid., pag 34.
(3) "The subjects were thousands", Ibid., pag. 24.
(4) "Prima della sorprendente prova definitiva, non avremmo mai
pensato che una cosa del genere potesse essere presa in seria
considerazione", Ibid, pag. 31.
(5) Nel testo originale "proclivity to crime" (art. cit., pag. 18)
(6) "Would gladly commit a crime" (cit.)
(7) "Any crime would do" (cit.)
(8) "For the mere sake of it" (cit.)
(9) "They felt immune to any kind of possible punishment" (art. cit,
pag. 19)
(10) "We were at a dead end" (art. cit, pag. 27)
(11) Ibid.
(12) "We were unable to solve the riddle" (art. cit., pag. 27)
(13) Ibid.
(14) "We were shocked, mistakenly perceiving this as an archaic,
out-of-time form of physical discrimination we didn’t expect" (art.
cit., pag. 28)
(15) E’ interessante notare come, in modo del tutto naturale, gli
autori dell’articolo abbiano inizialmente pensato all’ovvia deformità
fisica suggerita dal significato letterale del termine. [NdT]
(16) McKenzie F, & Stratton, J. – "Complementary Notes to
Micro-criminality in Italian modern culture" – in "Sociology Review",
vol. VIII issue 7, pagg. 35-38. Des Moines, UIDM Academic Press, 2009.
(17) Ibid., pag. 37.
(18) Descritto come "simpatico, affabile, un po’ sbruffone" ("Nice,
funny, kind – if a bit boasting"), Ibid., pag. 36.
(19) Ancora una volta qui viene adoperato l’arcaico "Hunchback" (NdT)
(20) Secondo i dati di McKenzie, tre persone non sono state
rintracciabili e non hanno quindi potuto partecipare alla seconda
sessione dell’analisi statistica. (NdT)
(21) "Second-wave subjects" – Johnson P., Reynard E., Berkovitz P.;
McKenzie F., Hutchinson S., Smith A., Rice A. & Stratton, J. –
"Micro-criminality in Italian modern culture, a case study:
Introductory Notes", art. cit.
(22) "Which soccer team do you support?" – Ibid., pag. 30.
(23) McKenzie F, & Stratton, J. – "Complementary Notes to
Micro-criminality in Italian modern culture", art. cit.
(24) Qui viene adoperato l’ibrido "juventine", chiaramente mutuato
dall’italiano (NdT) – Johnson P., Reynard E., Berkovitz P.; McKenzie
F., Hutchinson S., Smith A., Rice A. & Stratton, J. –
"Micro-criminality in Italian modern culture, a case study:
Introductory Notes", art. cit., pag. 31.
(25) Ibid., pag. 33.
(26) Ibid.
(27) Johnson, P. & Reynard, E. – "Integration to Micro-criminality in
Italian Modern Culture" – in "Sociology Review", vol. VIII appendix C,
pagg. 11-18. Des Moines, UIDM Academic Press, 2009.
(28) Ibid., pag. 14.
(29) Ibid., pag. 16.
(30) Ibid., pag. 17.
(31) Ibid., pag. 18.

[Repost] Maroni e la tessera contro i tifosi. Per bene.

 

[questa della "tessera del tifoso" e’ una tale porcata fascistoide che ha smosso l’intestino pure a gianni mura, che non ha mai mostrato particolare simpatia verso ultras e tifoserie piu’ o meno "calde"…]

Occuparsi di sport, di calcio in particolare, ha i suoi lati positivi. Per esempio, potrei rivolgermi al ministro Maroni a proposito della sua direttiva sulle trasferte dei tifosi ignorando altre e più drammatiche trasferte sul Canale di Sicilia. Potrei ma non posso. Solo due considerazioni. E’ ben strano l´atteggiamento di molti leghisti. Si propongono come i più accaniti difensori dei valori dell´Occidente cristiano e appena qualche vescovo o qualche prete dice qualcosa che non gli torna lo mandano brutalmente a scopare il mare (è un modo dire milanese, va inteso come ramazzare l´oceano e, in greco, farebbe parte degli adùnata). Poi (prima regola: negare comunque, o almeno mettere in dubbio) è piuttosto atroce il loro far di conto. I 5 vivi dicono che erano in 73, morti recuperati 14 (vado a memoria). E fanno 19, dove sono gli altri 54? Come se il mare fosse un bancomat, una cassetta di sicurezza, ancora un po’ e gli si chiede la ricevuta. Ma si sa che i conti devono tornare (a casa loro anche loro, così imparano).

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[Repost] Un pied-a-terre a Milano

[Repost editato da confindustrial]

 

Uno dei grandi misteri del giro del centenario, fino a ieri, era sul perchè i corridori
fossero stati i primi ad accettare un giro cosi’ brutto.
E la loro protesta di Milano non sara’ contro un progetto generale, meava
ad inserirsi comunque nel quadro… che vede un percorso (anzi, uno
"show") velocissimo e scattante inserito a meta’ corsa, col gruppo
ancora folto e la bagarre nel vivo.


Cio’ che piu’ stupisce della protesta di Milano e’ la reazione di Zomegnan,
una reazione stizzita e permalosa, come farebbero un Berlusconi o un Beppe Grillo qualunque. La reazione di chi comincia a sentirsi bruciare
il culo dopo aver tanto decantato un "prodotto" dimostratosi scadente
agli occhi di tutti i suoi "fruitori", prima ancora di essere arrivati
a meta’.


Ed e’ quasi un peccato che l’organizzazione abbia reagito cosi’, perche’
avrebbe potuto comunicare tutt’altro in questa occasione. quello che,
involontariamente, hanno comunicato i corridori stessi.

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[Repost] un centenario rosa smorto

[Repost editato da confindustrial]

e’ iniziato il Giro d’italia del centenario.
ed e’ un Giro di merda. costruito tutto su una spettacolarita’ fasulla, improntato sull’avere grandi nomi, che alla fine dei conti mancano i due veri fuoriclasse delle corse a tappe (Contador ed Evans) ed e’ difficile bilanciarli con due gregari ben invecchiati (Sastre e Leipheimer), il ritorno di Armstrong, e il solito manipolo di corridori locali, per quanto aitanti possano essere.
la spettacolarita’, quando non la danno i corridori, pero’ la puo’ dare il percorso, ed e’ questo cio’ che piu’ deve aver impaurito la Gazzetta, altrimenti non si spiegherebbero scelte cosi’ idiote. lo spettacolo e’ una bella corsa, non e’ piazzare tappe a caso in luoghi stravaganti on un kilometraggio casuale… o meglio, e’ spettacolare come vedere Giuliano Ferrara nudo (o anche peggio, Auro Bulbarelli). stravagante, stupefacente forse, sicuramente raro da vedersi… ma fa schifo.
questo e’ il Giro del centenario che ci aspetta.

in un Giro cosi’ di basso profilo, la soddisfazione maggiore si puo’ solo trarre dallo sputtanamento.

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Una società di calcio moderna

 

A tutti noi rivoluzionari della domenica piacerebbe avere una squadra di calcio nuova, legata a una gestione popolare e collettiva, ma capace di competere ai massimi livelli, una sorta di Saint Pauli della serie A. Purtroppo però il tempo delle favole è finito da un pezzo nel mondo pallonaro, e in ogni caso prima di immaginare un modello societario nuovo per un team di calcio, dovremmo forse provare a conoscerne i meccanismi un po’ più a fondo. Continuando a seguire con attenzione alcuni processi in atto, vedi il tentativo di azionariato popolare per salvare lo Spezia Calcio, non si può non notare come in Italia si abbiano molti esempi di come dovrebbe essere una società di calcio moderna di alta fascia. Alcuni si possono considerare più riusciti, altri sono invece catastrofici. Nessuno ovviamente può considerarsi neanche lontanamente vicino alla perfezione. Cerchiamo di andare con ordine, vedere alcuni esempi e poi cercare di mettere in fila come dovrebbe funzionare in teoria.

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Newscientist: il tifo non ha effetto sulle vittorie in casa

 

Questo articolo è apparso sul sito di Newscientist. Devo dire che la ricerca (e la sua base scientifica) non mi convince molto, ma è utile per dare argomenti a chi vuole gli stadi sempre più vuoti (tanto è tutto uguale no?) e i palinsesti sempre più pieni. Sarà anche assurdo scientificamente attribuire un ruolo al tifo, ma il calcio alle volte è irrazionale passione. Sennò che gusto c’è?

I tifosi allo stadio non hanno effetto sulle vittorie in casa

Alcuni stadi hanno un effetto maggiore sul determinare le vittorie sportive in casa? Sembra di no, almeno nel calcio.

Molti sostengono che un tifo scatenato o stadi gremiti portano alcune squadre ad avere un vantaggio maggiore quando giocano in casa di altre con supporter meno indemoniat o impianti più piccoli. Andreas Heuer e Oliver Rubner dell’università di Münster in Germania hanno analizzato 12.000 incontri della Bundesliga tra il 1965 e il 2007. La differenza reti è stata usata come valutazione della resa della squadra, al posto delle vittorie dato che è chiaro che la prima dia una misura più precisa del vantaggio, dice Rubner.

Heuer e Rubner hanno confermato il fatto che le square in casa hanno un vantaggio sulle squadre che giocano in trasferta: la squadra di casa infatti segna 0.7 gol in più a partita della squadra ospite. Purtroppo però non hanno trovato una squadra che fosse migliore di altre in casa (www.arxiv.org/0803.0614).

Nonostante alcune squadra appaiano particolarmente forti nel loro stadio, questa supposizione è spesso basata da vittorie conseguite in un numero limitato di partite, scrive Rubner. Ogni  vantaggio del giocare in casa è scomparso nel momento in cui abbiamo esteso l’analisi a un numero infinito di partite. Questo fenomeno è analogo a quello di quando si nota una moneta cadere su una faccia più che su un’altra entro un certo numero di lanci. "Atrribuireste questo fenomeno all’effetto psicologico della persona che lancia la moneta?", si chiede Rubner.

Storie Minori

Anche nel calcio e nelle sue derive sociali, esiste la storia ufficiale, di televisioni e giornali mainstream, e quella minore, spesso meno aulica, ma sempre più schietta e intrigante. Le vicende di Calciopoli e la recente emergenza ultrà, sono due esempi piuttosto lampanti circa il modo di proporre visioni del mondo che passano, infine, come le versioni definitive della nostra storia. Su Calciopoli si è proceduto in modo schiettamente italiano: dapprima titoloni e grida di scandalo, poi, piano piano, tutto rientrato, trafiletti da leggere con la lente di ingrandimento. La magagna è scoppiata, si è dato fiato alle trombe, si è identificato il Grande Male (Moggi) poi è arrivato il momento di voltare pagina e fine. Così gli stessi eventi possono essere letti in più modi, specie ricordando episodi che, pur nella corale denuncia, sono stati sapientemente oscurati. Perché va bene dire che nel calcio c’era un cancro, meno bene è fare il disturbatore anti sistema, continuare a ciurlare nel manico dei mali del calcio, quando c’è un campionato (noioso) da rendere appetibile per pay tv e carrozzone.

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Vita da steward lombrosiani

Negli stadi italiani oltre i 7500 posti l’obbligo di avere cittadini in
pettorina gialla addestrati a controllare i tifosi. Ecco come li hanno
preparati
Roberto Anchini mostra tutti i documenti, le schede di valutazione, il
materiale sulla scrivania, sparse nel piccolo ufficio. Bisogna fare in
fretta e bene, perché ci sono delle regole, dei controlli, ispezioni. E
naturalmente soldi che ballano, professionalità da rispettare e ritorno
mediatico da attendere.

Dal 1 marzo anche lo stadio di Genova, come tutti gli stadi italiani la
cui capienza supera i 7500 posti, dovrà attrezzarsi con gli steward di
ordinanza. Anchini, attraverso la cooperativa Atform, ne cura la
formazione. Conosce a memoria il decreto dell’8 agosto 2007, è andato a
Coverciano a seguire gli incontri preparatori, si è, a suo modo,
industriato per superare alcuni punti oscuri e domande cui trovare
risposte. Come, ad esempio, assicurarsi che un candidato steward possa
dimostrare la propria estraneità all’uso di droghe, alcool, a sintomi
daltonici, elementi psicopatologici, in poco e rapido tempo?
Certificato del medico curante: è ok anche per l’Osservatorio.
Omologato. Nella sede della cooperativa sono in corso le lezioni che
servono a fare crescere bravi e responsabili steward. E’ la prima parte
della preparazione: la teoria. Due classi da 25 persone l’una, età che
varia dai 21 anni ai 55: corso psicologico, giuridico, primo intervento
sanitario e ordine pubblico. Quest’ultimo risulta il più interessante:
capire come un funzionario di polizia spiega ai futuri steward le
caratteristiche del decreto, insieme alle valutazioni sull’ordine
pubblico allo stadio da parte di chi lo gestisce da tempo immemore. A
Genova uno degli insegnanti è Carlo Di Sarro, vicequestore vicario
della questura ligure. Imputato al processo Diaz per essere uno dei
firmatari dei verbali (considerati falsi dalla procura) di arresto e
perquisizione della «macelleria messicana» del 20 luglio 2001, il suo
nome è presente anche nelle recenti intercettazioni che tirano in ballo
De Gennaro e Manganelli. Con Di Sarro si può solo scambiare qualche
rapida battuta: una telefonata al capo di gabinetto della questura di
Genova, Sebastiano Salvo e la lezione, improvvisamente, diventa a porte
chiuse. A nessuno, sicuramente ad alcuni, è permesso di ascoltarla. Un
inizio un po’ così in quella che dovrebbe essere una nuova fase di
trasparenza e buon senso nella gestione degli stadi, proprio nel
momento in cui a controllare i cittadini, saranno altri cittadini e non
pubblici ufficiali.

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