Gallina vecchia fa buon brodo (the refereeporn immortality blues)

Ogni settimana ormai il calcio italiano vede come protagonista non tanto le imprese di uomini e squadre, di geni tattici o di virtuosi del tacco o della punta, ma le malefatte (o benefatte a seconda  di chi le guarda e le commenta) di quelle che un tempo venivano chiamate giacchette nere, e che oggi devono gioco-forza essere chiamate giacchette e basta. Sembra che dopo calciopoli e anni in cui nessuno si accorgeva dei macroscopici errori commessi da quegli essere umani troppo umani chiamati a regolare gli eventi di una delle macchine più remunerative dell’economia italiana, tutti improvvisamente siano coscienti che ogni partita può diventare terreno di conquista di ore e ore di polemiche intervallate dall’adeguato numero di sponsor e pubblicità. Soldi soldi soldi, per tutti anche per chi si lamenta.

Perché il punto non è se gli arbitri sbaglino più o meno, e a favore di chi, perché nel novero degli errori ci saranno alcuni più contenti una domenica che hanno di che rammaricarsi la domenica dopo, e sarebbe presuntuoso pretendere che noi su questo blog conosciamo veramente le hidden agenda della classe dirigente del calcio italiano: qualcuno ritiene che gli errori siano di un certo tipo per giustificare la linea difensiva in sede penale della triade e di molti altri che di calcio hanno mangiato in abbondanza negli scorsi decenni; qualcuno ritiene che serva a coprire lo scarso livello del calcio italiano; qualcuno ritiene che sia per favorire i propri avversari; qualcuno pensa che sia per adeguare il campionato agli equilibri di palazzo. Quanto ci sia di vero e di falso in queste dietrologie da bar sport è difficile dirlo e lasciamo volentieri a ognuno le sue convinzioni.

Una cosa è innegabile, però, e cioè che le discussioni sugli arbitri e un loro rendimento così scarso sono la soluzione e non il problema. Penserete a un ossimoro fatto per attirare l’attenzione, ma non è così. Perché se fossero il problema e si volesse cercare una soluzione non ci vorrebbe molta materia grigia per trovarla: repulisti di tutta la classe arbitrale con anche solo un mezzo dubbio rispetto alla propria eticità; arbitri professionisti; sorteggio integrale; eventualmente ausilio di strumenti tecnici per dirimere questioni fondamentali come i gol fantasma e le azioni salienti (secondo il modello di altri sport in cui l’arbitro può chiedere di rivedere una azione e decidere all’atto della visione dell’azione contestata); sanzioni più uniformi e severe a simulatori non solo in area (chi chiede l’uscita dal campo per motivi fisici non può rientrare prima di cinque minuti) oppure tempo effettivo (o qualcosa di simile). Il calcio diventerebbe improvvisamenete uno sport più corretto, meno controverso (o almeno in cui le decisioni vengono prese da qualcuno che se ne assume la responsabilità), anche se solo alla luce di interventi coercitivo/normativi volti a colmare una lacuna sportivo/culturale. Ma d’altronde questo è il calcio e la società moderna: poca etica e molta scena.

Invece gli arbitri non sono il problema, ma la soluzione per continuare a marciare sul mondo del calcio esattamente come prima, e forse anche meglio. Infatti in nome della necessità di salvare il calcio italiano dal tracollo a causa della mancanza di arbitri all’altezza si è potuto dimenticare che nei posti chiave del calcio italiano continuano a esserci le stesse persone e quindi gli stessi poteri – Carraro è più potente di prima, Moggi continua a controllare molta parte del mercato anche se un po’ più coperto, Matarrese dovrebbe essere il nuovo che verrà presto sostituito dal nuovissimo Galliani, Collina viene archiviato in tutta fretta per essere ripulito, lucidato ed eletto salvatore degli arbitri italiani nonostante le tante macchie della sua carriera. Inoltre si è potuto mettere sotto scacco le società, costrette ad accettare il ritorno di un pacifico status quo piuttosto che un caos magari foriero di scomode novità che toccassero gli equilibri faticosamente conquistati: così ogni domenica c’è chi gioca al lupo e chi all’agnello. Effetti collaterali graditi: l’ipertrofia delle trasmissioni televisive, l’ipotrofia del pubblico dal vivo frustrato dalla sensazione sempre più netta di fare parte di un presepe, l’esacerbarsi di epifenomeni dei momenti di massa della società italiana come "la violenza negli stadi" grazie ad astio e calciologia in provetta che fungono da perfetto carburante. E soprattutto: nessuna discussione su quanto nel calcio è rimasto uguale, su quanto ci sarebbe bisogno invece di ripensare un po’ tutto il senso di "calcio moderno", e sulla pulizia ancora necessaria a tutti i livelli.

Di fronte a tutto questo fortunatamente in molti si emozionano ancora a vedere una partita di calcio, e questo è l’unica speranza che ci rimane per sperare che qualcosa di genuino almeno in chi segue il calcio al di qua delle inferriate di bordo campo sia sopravvissuto nonostante le torture di questi anni. E’ un po’ come il mondo che ci circonda: è difficile credere che veramente qualcosa possa cambiare, ma c’è chi ancora lo spera. Magari su un rettangolo di 100×65 metri è più facile. O no?

Biglietto biglietto delle mie brame, chissà sei finito in quali trame?

 

Vedete, c’è sempre qualcosa di strano in come funzionano i biglietti per le partite di calcio. E’ anche strano che nessuno si ponga questo problema, mentre il problema della violenza degli stadi e di altre mille folate di fumo negli occhi diventano di primaria importanza. Forse, viene il dubbio, che alcune cose che non funzionano nel calcio italiota sono tollerabili perché difficili da affrontare seriamente, mentre altre si prestano al populismo più sfrenato e alla caccia alle streghe contro "i violenti". Ovviamente fermo restando che la verità non interessa a nessuno, come dimostrano la vicenda Raciti, di cui nessuno parla più dato che il pm titolare dell’inchiesta sa bene che per l’omicidio non potrà imputare nessuno se non i colleghi di Raciti stesso, o anche la vicenda di Gabriele Sandri che ripercorre comicamente quella di Carlo Giuliani. Quando un uomo in divisa spara, c’è sempre un sacco di roba tra il proiettile e la vittima, un sacco di roba che basta a scagionare l’uomo in divisa. Ma anche questi sono misteri italiani destinati a fare pagine e pagine di storia popolare.

Tornando ai biglietti vorrei citare due esempi abbastanza banali, ma che pongono alcune domande: l’andata e il ritorno tra Inter e Liverpool per gli ottavi di finale di Champions League 2007/2008. Per l’andata, nello spicchio del settore ospiti di Anfield, sono a disposizione 3000 biglietti. Curiosamente non si riescono a comprare in una banca o online, perché nel giro di due ore tutti i biglietti erano esauriti, a un prezzo di 50 euro, più una cifra variabile tra i 200 e i 300 euro da pagare a chi ti ha preso il biglietto per il viaggio e il pernottamento. Già perché in pratica l’acquisto dei biglietti uno non può farlo individualmente, ma deve passare attraverso alcuni Inter Club – provate indovinare di che zona dello stadio – che ti offrono il pacchetto intero oppure nulla. Certo, è molto democratico, e sicuramente non è un problema da nulla rispetto alla "violenza negli stadi", ma ai tifosi normali, che vorrebbero comprarsi un low-cost e prenotarsi un ostello, per andare a vedere la propria squadra ad Anfield, sembra molto simile alla mafia. Ma sicuramente non c’entra nulla con la scarsa vivibilità degli stadi italiani.

Il ritorno sembra più praticabile: San Siro tiene 82 mila persone, di cui solo 40 mila scarse sono abbonate e possono quindi avvalersi della prelazione entro il 20 febbraio 2008. Giovedì 21 febbraio 2008, alle ore 8.30, si apre la vendita libera dei biglietti. Alle ore 9.30 sono rimasti solo 5 mila biglietti del terzo anello blu e terzo  anello verde. Alle ore 12.00 sono ormai rimasti solo un mazzetto di biglietti del terzo anello blu. Alle 13:30 l’annuncio ufficiale: biglietti esauriti. Anche in questo caso è un po’ strano: si può pensare che dopo la sconfitta ad Anfield per 2-0 i tifosi nerazzurri siano determinati a trasformare San Siro in una bolgia, ma il tarlo del dubbio non lascia spazio alla buona fede. Vorremmo che fossero resi pubblici i dati rispetto ai biglietti comprati da Inter Club e quali Inter Club e in che data: forse così sarebbe facile togliersi l’impressione che dietro ai biglietti per lo stadio, che costituiscono un misero introito per la società se comparato ai diritti televisivi, ci sia un bel giro di affari che arricchisce un po’ di "tifosi di professione", cosa che sicuramente non ha nulla a che fare con la ferocia con cui si scatenano alcune contestazioni nel momento in cui si vanno a toccare i privilegi delle curve rispetto ai tifosi normali.

Intendiamoci: da queste parti, noi saremmo felici che alcuni tifosi fossero tanto appassionati da dedicare la propria vita al club, sopravvivendo come si riesce come coordinatori di gruppi di tifosi e poi però creando nello stadio un clima di calore e di tifo senza precedenti. Ma la sensazione è che dietro la parola "gruppo organizzato di tifosi" ci sia più la voglia di esercitare potere per trarre privilegi, senza dare in cambio nulla, o peggio mettendo sul piatto della bilancia il gusto di andare allo stadio di altre migliaia di persone. Un tempo i gruppi organizzati di tifosi erano genuinamente interessati alla squadra e solo secondariamente a darsi i mezzi per sopravvivere prima come gruppo che non come individui di spicco all’interno degli stessi. Oggi forse come tutto il resto del calcio, l’economia vale molto di più della passione.

PS: facciamo l’esempio dei biglietti per la partita Inter-Liverpool perché lo conosciamo bene. Ma le indagini e le vicende della curva rossonera – tanto per restare in ambito milanese – con gente gambizzata, pestata a sangue, inseguita coltelli alla mano, per conquistare una fetta di curva non è certamente da meno nelle dinamiche che muovono i protagonisti di questa azioni. 

Da Spagna a Raciti fino all’utlimo stadio

«Nessuno
petarda, nessuno fumogena, nessuno coltella, nessuno bandiera.
Nessuno allo stadio», cantavano Elio e le Storie Tese nel 1994.
L'ironia potrebbe finire qui. Dal 1995 al 2007 sono passati 12 anni,
vari decreti legge anti violenza, molti soldi, miliardi di parole,
ogni volta uguali. Da «Spagna» all'ispettore Raciti, il
tempo ha anche constatato la sconfitta di idee da parte del mondo
ultras e la vittoria del calcio moderno. Come tra due guerre, gli
equilibri sono cambiati, la socialità si è involuta, il
«territorio stadio» sarà in ordine e disciplinato.
Non è cambiato niente, è cambiato tutto. Continue reading “Da Spagna a Raciti fino all’utlimo stadio”

Giro giro tondo

A un anno dai tragici eventi di calciopoli, e con in vista solo una spolverata mediatica di calciopoli bis (che senza qualcuno che parli difficilmente diventerà meno ridicola della sua prima versione), facciamo un po' di verifiche su quanto sia cambiato il mondo  del calcio alla ricerca di credibilità e pulizia.

 

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Biscottini e Torte

La penultima giornata del campionato di serie A 2006/2007 come sempre riserva le usuali polemiche sulle cosiddette torte o biscotti: ovvero partite che finiscono in un mesto pareggio (o in un epico pareggio come nel caso di Empoli-Reggina) e che alla fine accontentano un po’ tutti, tranne ovviamente chi contava nei risultati sfavorevoli alle dirette concorrenti per restare in serie A. 

Tra questi ultimi spicca l’AD del Catania Lo Monaco che ha rilasciato dichiarazioni fiammeggianti nel dopo partita, scagliandosi contro tutti e tutto, e guadagnandosi l’epitaffio di uno degli allenatori pasticcieri: "si vede che il biscotto lo voleva fare lui all’ultima giornata". Il re è nudo, e soprattutto risulta particolarmente fastidioso l’atteggiamento di Lo Monaco, che afferma di voler lasciare il calcio per la seconda volta in quest’annata. La volta scorsa lo faceva con il viso contrito di chi è disperato per la morte di un poliziotto, disperazione scomparsa e rimpiazzata da voglia di rivalsa nel giro di meno di un mese.

Lo Monaco forse dovrebbe accettare la naturalezza dei biscotti, che sono forse la forma più pulita e naturale di "truffa" nel calcio: magari si fosse rimasti ai tempi in cui le combine erano un pareggio senza arte né parte all’ultima giornata. Inoltre dovrebbe accettare che se il Catania andrà in serie B è perché ha raggranellato si e no dieci punti nel girone di ritorno.

Lo Monaco (come Pulvirenti) rappresentano perfettamente il calcio moderno, caratterizzatato dalla tragedia facile e profondissima, quanto di breve durata,  e dalle vesti stracciate per le ingiustizie subite (al punto che i giocatori della Juventus insistono a chiamare ingiustizia la loro stagione in B, e a chiamarsi per telefono con padron Moggi).  Noi non ci stupiamo, ma pare che il mondo dei giornalisti sportivi invece sia perfettamente in linea con tutto e questo.

Bando alle ipocrisie: viva i tempi dei biscotti e delle torte.

 

Un uomo decisamente basso

“Basso è pentito e vuole collaborare”, “Birillo sono io”, “Basso ammette le sue colpe”… e via di seguito, sono un piccolissimo campionario delle centinaia di titoloni e parole sprecate sulla vicenda Basso negli ultimi giorni.

Un corridore di primissimo piano, dominatore del Giro 2006 e sul podio dei Tour 2004 e 2005, da quasi un anno coinvolto in uno scandalo doping, decide di ammettere le sue colpe… di più, decide di raccontare tutto all’ufficio indagini, per smascherare un sistema criminoso altamente organizzato. Questa è la lacunosa sintesi della vicenda. Ma, come tutte le vicende che riguardano il ciclismo, ancor più quando di mezzo ci sono farmaci, medici, sangue e “maneggioni” la vicenda è ben più elaborata. E soltanto una piccolissima frazione dei suoi dettagli giungerà agli occhi e alle orecchie dei tifosi, ed arriverà dalle indagini in corso da un anno, non certo dalla pagliacciata del pentimento-show di Ivan Basso.

Basso, dunque, perchè è lui oggi il centro della vicenda. Il suo pentimento tanto vale lasciarlo perdere, talmente è parziale e tardivo: quello che i tromboni federali (e, ahimè, anche qualche commentatore) definiscono un “gesto di coraggio” altro non è che l’ultima scappatoia per un ragazzo vistosi messo tremendamente alle strette. L’udienza del 2 maggio ha mostrato a Basso come in procura ci fossero tutte le carte per acclarare il suo coinvolgimento a fondo nella vicenda: DNA, SMS, MMS, FAX ed ogni altro genere di sigle compresi… La scelta, la non-scelta, stava a lui ed era molto semplice: sfoderare la faccia di culo definitiva recitando un mea culpa orgoglioso, oppure cadere sotto lo sputtanamento mediatico e legislativo. Parliamo ancora di pentimento? Pietà…

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Euro2012: Alla fiera dell’Est

Smacco, delusione, verdetto sorprendente: a organizzare gli Europei di calcio del 2012 saranno Polonia e Ucraina. Per l’Italia addio a un bel gruzzolo, circa 900 milioni di euro, e un restyling di immagine che avrebbe forse permesso di dimenticare gli scandali e i mali del calcio italiano. La vittoria della strana coppia, Polonia e Ucraina, è stata annunciata ieri mattina a Cardiff dall’Uefa, per bocca del suo presidente Platini, le cui parole hanno trasformato i baldanzosi sguardi dell’intellighenzia italiana, in volti torvi e rassegnati. Il video che gira su Internet è già leggenda.
Quasi nessuno aveva dubbi alla vigilia, l’Italia era considerata – e si considerava – la favorita. «Siamo o non siamo i campioni del mondo?», sembrava sussurrare ogni passo a Cardiff della nostra delegazione. Ancora durante il week end sportivo i pronostici di editorialisti e ospiti delle trasmissioni televisive non avevano dubbi disfattisti: vinceremo. E invece ha vinto l’accoppiata Polonia Ucraina, con un punteggio netto nelle votazioni, per la felicità di Sergei Bubka, ex primatista di salto con l’asta, membro del comitato di sostegno alla candidatura ucraina che avverte, «è un nuovo slancio per i paesi dell’Est».
Il post voto è un susseguirsi di teorie e motivazioni che riguardano le cause della sconfitta e ce n’è per tutti: dalla congiura di Platini, allo scarso peso del Governo, dalla scelta politica dell’Uefa di dare una chance sportiva ai nuovi orizzonti a est della Comunità europea, ai nuovi sviluppi di Calciopoli, alla morte di Raciti e la violenza generale che aleggia nel calcio italiano.
 
 

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The Day After

Cronaca in soggettiva della ripresa del campionato allo Stadio Olimpico di Roma:

strani giorni questi.
strani giorni per chi è abituato ad andare allo stadio dalla fine degli anni 70.
strani giorni per chi ha visto questo mondo cambiare, trasformarsi, chiudersi, alienarsi.
mi sveglio con la sensazione che non ho voglia di andarci.
mi capita sempre più spesso ma so bene che se rimanessi a casa sarebbe peggio. 
 

 

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