Via i tifosi dagli stadi

 

Fenomeno curioso il calcio all’italiana: ogni tragedia diventa una scusa per un malcelato tentativo di peggiorare la situazione oppure per fare soldi. In altri tempi si sarebbe chiamato cinico opportunismo, mentre nel terzo millennio si chiama senso della cosa pubblica, in maniera a dire il vero piuttosto eufemistica. Quest’anno nella dodicesima giornata di andata e di ritorno (e poi si dice che sia il tredici a portare sfiga…) due tragedie hanno segnato il campionato di calcio italiano: all’andata in un autogrill un tifoso laziale viene ucciso dal proiettile sparato da un agente ad alzo zero, aizzato dall’isteria anti-ultrà e dalla sensazione diffusa tra gli operatori che contro i reati da stadio valga tutto e tutto venga giustificato dagli esperti del settore di fronte a opinione pubblica e politica; al ritorno in un autogrill un mezzo battibecco tra tifosi (al meglio) scatena il panico dell’autista di un autobus di tifosi bianconeri che investe (passandoci sopra con entrambi i treni di ruote) un tifoso del Parma. In entrambi i casi la risposta è: vietiamo le trasferte. Non importa se nel primo caso andrebbe vietato l’uso delle armi alle forze dell’ordine, o almeno garantito che i loro crimini venissero perseguiti con la stessa determinazione e pubblicità di quelli di altri settore della società italiana, e che nel secondo caso andrebbero incriminati per concorso morale i direttori delle principali testate giornalistiche e televisive italiane per l’isteria creata. Importa solo che si dia l’impressione di avere qualcosa da dire. Mentre a noi, che conoscevamo Matteo e non conoscevamo Gabriele, viene solo da rimanere in silenzio di fronte a morti assurde ed evitabili. 

Il vero problema è che nessuno ha il coraggio di guardare in faccia la realtà e di ammettere che il problema non sono le persone morte, ma la necessità del calcio di essere un bel business esente da imprevisti, degli stadi pieni sì, ma di marionette disposte ad applaudire tenuamente quando si segna un gol. Tanto i soldi arrivano dalla vendita di magliette di R9 e R10, e dai diritti televisivi. La miopia di questo ragionamento stupisce solo chi ci va allo stadio e chi le partite ama guardarle: senza calore umano, senza passione, non c’è calcio, ma solo un film (bello è tutto da vedere). Ma in Italia come al solito sarà troppo tardi quando qualcuno con un minimo di buon senso deciderà di prendere la parola. Tanto per ragionare a modo loro, basterebbe guardare nella tanto osannata Inghilterra: a parte il fatto che in Gran Bretagna si è intervenuti dopo tragedie immani individuandone le origini e proponendo soluzioni ai problemi specifici, non si è mai pensato che si dovesse avere uno stadio silenzioso ed ordinatamente noioso. Il problema in Inghilterra fu individuato nella fatiscenza degli impianti e nella scarsa possibilità di controllo: gli stadi furono rifatti da zero, e si implementò una rigida politica di controllo e prevenzione. Questo ha spostato gli scontri fuori dagli stadi, ma gli inglesi hanno deciso che stava loro bene di muovere il problema dallo sport alla criminalità ordinaria. E’ stata una scelta. In Italia non vediamo nessun intervento sugli impianti, strutture inadeguate, in cui tutti a cominciare dal presidente della Lega hanno mangiato miliardi del vecchio conio, sperando di mangiare ancora di più grazie all’Europeo 2012, fortunatamente sfumato dalle mani dei peggiori speculatori del Paese. In Italia non vediamo nessun intervento che cerchi di risolvere il problema del controllo negli stadi, ma solo la voglia di garantire alle forze dell’ordine maggiore agibilità nell’uso della forza (a caso di solito). In Italia vediamo tv e giornali che alimentano l’isteria ogni giorno, per vendere una inserzione in più, senza preoccuparsi di quanto quello che dicono produce nel popolo bue italico. 

L’unica soluzione a tutto questo è un po’ di buon senso, la misura di ciò che avviene nel mondo reale, lontano dai palchi e dai palcoscenici e dalle telecamere, e molto senso di responsabilità. Unito a un amore spassionato per il gioco del calcio e per tutto quello che rappresenta. Nessuno di quelli che sta in cima alla piramide che decide di questo sport gode di nessuna di queste caratteristiche: troppo chiusi nei propri palazzi per capire la realtà, troppo chiusi nei propri affari per capire il termine "buon senso", troppo moderni per capire il senso della parola responsabilità. Tanto paga sempre qualcun altro. Con la vita.

Storie Minori

Anche nel calcio e nelle sue derive sociali, esiste la storia ufficiale, di televisioni e giornali mainstream, e quella minore, spesso meno aulica, ma sempre più schietta e intrigante. Le vicende di Calciopoli e la recente emergenza ultrà, sono due esempi piuttosto lampanti circa il modo di proporre visioni del mondo che passano, infine, come le versioni definitive della nostra storia. Su Calciopoli si è proceduto in modo schiettamente italiano: dapprima titoloni e grida di scandalo, poi, piano piano, tutto rientrato, trafiletti da leggere con la lente di ingrandimento. La magagna è scoppiata, si è dato fiato alle trombe, si è identificato il Grande Male (Moggi) poi è arrivato il momento di voltare pagina e fine. Così gli stessi eventi possono essere letti in più modi, specie ricordando episodi che, pur nella corale denuncia, sono stati sapientemente oscurati. Perché va bene dire che nel calcio c’era un cancro, meno bene è fare il disturbatore anti sistema, continuare a ciurlare nel manico dei mali del calcio, quando c’è un campionato (noioso) da rendere appetibile per pay tv e carrozzone.

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Vita da steward lombrosiani

Negli stadi italiani oltre i 7500 posti l’obbligo di avere cittadini in
pettorina gialla addestrati a controllare i tifosi. Ecco come li hanno
preparati
Roberto Anchini mostra tutti i documenti, le schede di valutazione, il
materiale sulla scrivania, sparse nel piccolo ufficio. Bisogna fare in
fretta e bene, perché ci sono delle regole, dei controlli, ispezioni. E
naturalmente soldi che ballano, professionalità da rispettare e ritorno
mediatico da attendere.

Dal 1 marzo anche lo stadio di Genova, come tutti gli stadi italiani la
cui capienza supera i 7500 posti, dovrà attrezzarsi con gli steward di
ordinanza. Anchini, attraverso la cooperativa Atform, ne cura la
formazione. Conosce a memoria il decreto dell’8 agosto 2007, è andato a
Coverciano a seguire gli incontri preparatori, si è, a suo modo,
industriato per superare alcuni punti oscuri e domande cui trovare
risposte. Come, ad esempio, assicurarsi che un candidato steward possa
dimostrare la propria estraneità all’uso di droghe, alcool, a sintomi
daltonici, elementi psicopatologici, in poco e rapido tempo?
Certificato del medico curante: è ok anche per l’Osservatorio.
Omologato. Nella sede della cooperativa sono in corso le lezioni che
servono a fare crescere bravi e responsabili steward. E’ la prima parte
della preparazione: la teoria. Due classi da 25 persone l’una, età che
varia dai 21 anni ai 55: corso psicologico, giuridico, primo intervento
sanitario e ordine pubblico. Quest’ultimo risulta il più interessante:
capire come un funzionario di polizia spiega ai futuri steward le
caratteristiche del decreto, insieme alle valutazioni sull’ordine
pubblico allo stadio da parte di chi lo gestisce da tempo immemore. A
Genova uno degli insegnanti è Carlo Di Sarro, vicequestore vicario
della questura ligure. Imputato al processo Diaz per essere uno dei
firmatari dei verbali (considerati falsi dalla procura) di arresto e
perquisizione della «macelleria messicana» del 20 luglio 2001, il suo
nome è presente anche nelle recenti intercettazioni che tirano in ballo
De Gennaro e Manganelli. Con Di Sarro si può solo scambiare qualche
rapida battuta: una telefonata al capo di gabinetto della questura di
Genova, Sebastiano Salvo e la lezione, improvvisamente, diventa a porte
chiuse. A nessuno, sicuramente ad alcuni, è permesso di ascoltarla. Un
inizio un po’ così in quella che dovrebbe essere una nuova fase di
trasparenza e buon senso nella gestione degli stadi, proprio nel
momento in cui a controllare i cittadini, saranno altri cittadini e non
pubblici ufficiali.

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Gallina vecchia fa buon brodo (the refereeporn immortality blues)

Ogni settimana ormai il calcio italiano vede come protagonista non tanto le imprese di uomini e squadre, di geni tattici o di virtuosi del tacco o della punta, ma le malefatte (o benefatte a seconda  di chi le guarda e le commenta) di quelle che un tempo venivano chiamate giacchette nere, e che oggi devono gioco-forza essere chiamate giacchette e basta. Sembra che dopo calciopoli e anni in cui nessuno si accorgeva dei macroscopici errori commessi da quegli essere umani troppo umani chiamati a regolare gli eventi di una delle macchine più remunerative dell’economia italiana, tutti improvvisamente siano coscienti che ogni partita può diventare terreno di conquista di ore e ore di polemiche intervallate dall’adeguato numero di sponsor e pubblicità. Soldi soldi soldi, per tutti anche per chi si lamenta.

Perché il punto non è se gli arbitri sbaglino più o meno, e a favore di chi, perché nel novero degli errori ci saranno alcuni più contenti una domenica che hanno di che rammaricarsi la domenica dopo, e sarebbe presuntuoso pretendere che noi su questo blog conosciamo veramente le hidden agenda della classe dirigente del calcio italiano: qualcuno ritiene che gli errori siano di un certo tipo per giustificare la linea difensiva in sede penale della triade e di molti altri che di calcio hanno mangiato in abbondanza negli scorsi decenni; qualcuno ritiene che serva a coprire lo scarso livello del calcio italiano; qualcuno ritiene che sia per favorire i propri avversari; qualcuno pensa che sia per adeguare il campionato agli equilibri di palazzo. Quanto ci sia di vero e di falso in queste dietrologie da bar sport è difficile dirlo e lasciamo volentieri a ognuno le sue convinzioni.

Una cosa è innegabile, però, e cioè che le discussioni sugli arbitri e un loro rendimento così scarso sono la soluzione e non il problema. Penserete a un ossimoro fatto per attirare l’attenzione, ma non è così. Perché se fossero il problema e si volesse cercare una soluzione non ci vorrebbe molta materia grigia per trovarla: repulisti di tutta la classe arbitrale con anche solo un mezzo dubbio rispetto alla propria eticità; arbitri professionisti; sorteggio integrale; eventualmente ausilio di strumenti tecnici per dirimere questioni fondamentali come i gol fantasma e le azioni salienti (secondo il modello di altri sport in cui l’arbitro può chiedere di rivedere una azione e decidere all’atto della visione dell’azione contestata); sanzioni più uniformi e severe a simulatori non solo in area (chi chiede l’uscita dal campo per motivi fisici non può rientrare prima di cinque minuti) oppure tempo effettivo (o qualcosa di simile). Il calcio diventerebbe improvvisamenete uno sport più corretto, meno controverso (o almeno in cui le decisioni vengono prese da qualcuno che se ne assume la responsabilità), anche se solo alla luce di interventi coercitivo/normativi volti a colmare una lacuna sportivo/culturale. Ma d’altronde questo è il calcio e la società moderna: poca etica e molta scena.

Invece gli arbitri non sono il problema, ma la soluzione per continuare a marciare sul mondo del calcio esattamente come prima, e forse anche meglio. Infatti in nome della necessità di salvare il calcio italiano dal tracollo a causa della mancanza di arbitri all’altezza si è potuto dimenticare che nei posti chiave del calcio italiano continuano a esserci le stesse persone e quindi gli stessi poteri – Carraro è più potente di prima, Moggi continua a controllare molta parte del mercato anche se un po’ più coperto, Matarrese dovrebbe essere il nuovo che verrà presto sostituito dal nuovissimo Galliani, Collina viene archiviato in tutta fretta per essere ripulito, lucidato ed eletto salvatore degli arbitri italiani nonostante le tante macchie della sua carriera. Inoltre si è potuto mettere sotto scacco le società, costrette ad accettare il ritorno di un pacifico status quo piuttosto che un caos magari foriero di scomode novità che toccassero gli equilibri faticosamente conquistati: così ogni domenica c’è chi gioca al lupo e chi all’agnello. Effetti collaterali graditi: l’ipertrofia delle trasmissioni televisive, l’ipotrofia del pubblico dal vivo frustrato dalla sensazione sempre più netta di fare parte di un presepe, l’esacerbarsi di epifenomeni dei momenti di massa della società italiana come "la violenza negli stadi" grazie ad astio e calciologia in provetta che fungono da perfetto carburante. E soprattutto: nessuna discussione su quanto nel calcio è rimasto uguale, su quanto ci sarebbe bisogno invece di ripensare un po’ tutto il senso di "calcio moderno", e sulla pulizia ancora necessaria a tutti i livelli.

Di fronte a tutto questo fortunatamente in molti si emozionano ancora a vedere una partita di calcio, e questo è l’unica speranza che ci rimane per sperare che qualcosa di genuino almeno in chi segue il calcio al di qua delle inferriate di bordo campo sia sopravvissuto nonostante le torture di questi anni. E’ un po’ come il mondo che ci circonda: è difficile credere che veramente qualcosa possa cambiare, ma c’è chi ancora lo spera. Magari su un rettangolo di 100×65 metri è più facile. O no?

Biglietto biglietto delle mie brame, chissà sei finito in quali trame?

 

Vedete, c’è sempre qualcosa di strano in come funzionano i biglietti per le partite di calcio. E’ anche strano che nessuno si ponga questo problema, mentre il problema della violenza degli stadi e di altre mille folate di fumo negli occhi diventano di primaria importanza. Forse, viene il dubbio, che alcune cose che non funzionano nel calcio italiota sono tollerabili perché difficili da affrontare seriamente, mentre altre si prestano al populismo più sfrenato e alla caccia alle streghe contro "i violenti". Ovviamente fermo restando che la verità non interessa a nessuno, come dimostrano la vicenda Raciti, di cui nessuno parla più dato che il pm titolare dell’inchiesta sa bene che per l’omicidio non potrà imputare nessuno se non i colleghi di Raciti stesso, o anche la vicenda di Gabriele Sandri che ripercorre comicamente quella di Carlo Giuliani. Quando un uomo in divisa spara, c’è sempre un sacco di roba tra il proiettile e la vittima, un sacco di roba che basta a scagionare l’uomo in divisa. Ma anche questi sono misteri italiani destinati a fare pagine e pagine di storia popolare.

Tornando ai biglietti vorrei citare due esempi abbastanza banali, ma che pongono alcune domande: l’andata e il ritorno tra Inter e Liverpool per gli ottavi di finale di Champions League 2007/2008. Per l’andata, nello spicchio del settore ospiti di Anfield, sono a disposizione 3000 biglietti. Curiosamente non si riescono a comprare in una banca o online, perché nel giro di due ore tutti i biglietti erano esauriti, a un prezzo di 50 euro, più una cifra variabile tra i 200 e i 300 euro da pagare a chi ti ha preso il biglietto per il viaggio e il pernottamento. Già perché in pratica l’acquisto dei biglietti uno non può farlo individualmente, ma deve passare attraverso alcuni Inter Club – provate indovinare di che zona dello stadio – che ti offrono il pacchetto intero oppure nulla. Certo, è molto democratico, e sicuramente non è un problema da nulla rispetto alla "violenza negli stadi", ma ai tifosi normali, che vorrebbero comprarsi un low-cost e prenotarsi un ostello, per andare a vedere la propria squadra ad Anfield, sembra molto simile alla mafia. Ma sicuramente non c’entra nulla con la scarsa vivibilità degli stadi italiani.

Il ritorno sembra più praticabile: San Siro tiene 82 mila persone, di cui solo 40 mila scarse sono abbonate e possono quindi avvalersi della prelazione entro il 20 febbraio 2008. Giovedì 21 febbraio 2008, alle ore 8.30, si apre la vendita libera dei biglietti. Alle ore 9.30 sono rimasti solo 5 mila biglietti del terzo anello blu e terzo  anello verde. Alle ore 12.00 sono ormai rimasti solo un mazzetto di biglietti del terzo anello blu. Alle 13:30 l’annuncio ufficiale: biglietti esauriti. Anche in questo caso è un po’ strano: si può pensare che dopo la sconfitta ad Anfield per 2-0 i tifosi nerazzurri siano determinati a trasformare San Siro in una bolgia, ma il tarlo del dubbio non lascia spazio alla buona fede. Vorremmo che fossero resi pubblici i dati rispetto ai biglietti comprati da Inter Club e quali Inter Club e in che data: forse così sarebbe facile togliersi l’impressione che dietro ai biglietti per lo stadio, che costituiscono un misero introito per la società se comparato ai diritti televisivi, ci sia un bel giro di affari che arricchisce un po’ di "tifosi di professione", cosa che sicuramente non ha nulla a che fare con la ferocia con cui si scatenano alcune contestazioni nel momento in cui si vanno a toccare i privilegi delle curve rispetto ai tifosi normali.

Intendiamoci: da queste parti, noi saremmo felici che alcuni tifosi fossero tanto appassionati da dedicare la propria vita al club, sopravvivendo come si riesce come coordinatori di gruppi di tifosi e poi però creando nello stadio un clima di calore e di tifo senza precedenti. Ma la sensazione è che dietro la parola "gruppo organizzato di tifosi" ci sia più la voglia di esercitare potere per trarre privilegi, senza dare in cambio nulla, o peggio mettendo sul piatto della bilancia il gusto di andare allo stadio di altre migliaia di persone. Un tempo i gruppi organizzati di tifosi erano genuinamente interessati alla squadra e solo secondariamente a darsi i mezzi per sopravvivere prima come gruppo che non come individui di spicco all’interno degli stessi. Oggi forse come tutto il resto del calcio, l’economia vale molto di più della passione.

PS: facciamo l’esempio dei biglietti per la partita Inter-Liverpool perché lo conosciamo bene. Ma le indagini e le vicende della curva rossonera – tanto per restare in ambito milanese – con gente gambizzata, pestata a sangue, inseguita coltelli alla mano, per conquistare una fetta di curva non è certamente da meno nelle dinamiche che muovono i protagonisti di questa azioni. 

Da Spagna a Raciti fino all’utlimo stadio

«Nessuno
petarda, nessuno fumogena, nessuno coltella, nessuno bandiera.
Nessuno allo stadio», cantavano Elio e le Storie Tese nel 1994.
L'ironia potrebbe finire qui. Dal 1995 al 2007 sono passati 12 anni,
vari decreti legge anti violenza, molti soldi, miliardi di parole,
ogni volta uguali. Da «Spagna» all'ispettore Raciti, il
tempo ha anche constatato la sconfitta di idee da parte del mondo
ultras e la vittoria del calcio moderno. Come tra due guerre, gli
equilibri sono cambiati, la socialità si è involuta, il
«territorio stadio» sarà in ordine e disciplinato.
Non è cambiato niente, è cambiato tutto. Continue reading “Da Spagna a Raciti fino all’utlimo stadio”

Euro2012: Alla fiera dell’Est

Smacco, delusione, verdetto sorprendente: a organizzare gli Europei di calcio del 2012 saranno Polonia e Ucraina. Per l’Italia addio a un bel gruzzolo, circa 900 milioni di euro, e un restyling di immagine che avrebbe forse permesso di dimenticare gli scandali e i mali del calcio italiano. La vittoria della strana coppia, Polonia e Ucraina, è stata annunciata ieri mattina a Cardiff dall’Uefa, per bocca del suo presidente Platini, le cui parole hanno trasformato i baldanzosi sguardi dell’intellighenzia italiana, in volti torvi e rassegnati. Il video che gira su Internet è già leggenda.
Quasi nessuno aveva dubbi alla vigilia, l’Italia era considerata – e si considerava – la favorita. «Siamo o non siamo i campioni del mondo?», sembrava sussurrare ogni passo a Cardiff della nostra delegazione. Ancora durante il week end sportivo i pronostici di editorialisti e ospiti delle trasmissioni televisive non avevano dubbi disfattisti: vinceremo. E invece ha vinto l’accoppiata Polonia Ucraina, con un punteggio netto nelle votazioni, per la felicità di Sergei Bubka, ex primatista di salto con l’asta, membro del comitato di sostegno alla candidatura ucraina che avverte, «è un nuovo slancio per i paesi dell’Est».
Il post voto è un susseguirsi di teorie e motivazioni che riguardano le cause della sconfitta e ce n’è per tutti: dalla congiura di Platini, allo scarso peso del Governo, dalla scelta politica dell’Uefa di dare una chance sportiva ai nuovi orizzonti a est della Comunità europea, ai nuovi sviluppi di Calciopoli, alla morte di Raciti e la violenza generale che aleggia nel calcio italiano.
 
 

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The Day After

Cronaca in soggettiva della ripresa del campionato allo Stadio Olimpico di Roma:

strani giorni questi.
strani giorni per chi è abituato ad andare allo stadio dalla fine degli anni 70.
strani giorni per chi ha visto questo mondo cambiare, trasformarsi, chiudersi, alienarsi.
mi sveglio con la sensazione che non ho voglia di andarci.
mi capita sempre più spesso ma so bene che se rimanessi a casa sarebbe peggio. 
 

 

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La politica è mobile qual piuma al vento (riassunto di cosa è cambiato dopo i fatti di Catania)

Bene, ormai sono passate due settimane dai fatti di Catania e possiamo elaborare con una dignitosa prospettiva le loro conseguenze. Diciamo subito, così per non confondersi, che l'Italia si conferma una Repubblica delle Banane, dedita al trasformismo (ah, il caro vecchio Giolitti…) e all'emergenzialismo becero, giustizialista e ipocrita.

I fatti di Catania hanno scatenato l'inferno solo perché a rimanere ucciso è un rappresentante delle forze dell'ordine. Ben riassume questo punto di vista uno striscione doriano ieri: "I morti meritano tutti rispetto, anche quelli che vi dimenticate". Come di consueto in queste situazioni diventa tabù cercare di parlare del problema indipendentemente dai fatti. In tutto il marasma, il più ignobile dei personaggi del calcio italiano, Antonio Matarrese, è l'unico che getta a terra la maschera dell'ipocrisia, rivelando un ammirabile cinismo: "Lo spettacolo deve continuare". Ed è proprio questo che succederà.

Di fatto le conseguenze legislative dei fatti di Catania sono un decreto legge in alcuni passaggi palesemente incostituzionale (in quanto istituisce non solo un generico reato di opinione, ma anche pene comminate sulla base del sospetto, cosa palesemente contraria all'ordinamento giuridico per come lo conosciamo). Il dibattito politico riabilita la legge Pisanu che tutti avevano criticato, e che in assenza di idee migliori diventa magicamente un toccasana: stranezze delle mutazioni nelle opinioni politiche. 

 

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